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 Giano

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g0rka
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MessaggioOggetto: Giano   Mer Lug 08, 2009 3:47 pm

Esistono due sole rappresentazioni di Giano: una moneta del Künthistoriche Museum di Vienna e la testa fittile da Vulsci (del II sec. a.C.) conservata a Roma, al Museo nazionale Etrusco di Villa Giulia

Nonostante questa scarsità iconografica, sappiamo che la divinità rivestiva, nella società romana, straordinaria importanza nella vita pubblica e nella religione: Giano (Ianus o Janus), era il più antico degli dei maggiori italici e romani pur senza avere alcun corrispondente nella mitologia greca.

Giano nelle fonti letterarie.

Virgilio parla di Giano nel Libro VII dell’Eneide quando ci narra dei profughi Troiani alla ricerca della antica madre. In quell’occasione il poeta ci ricorda che Giano avrebbe “… regnato in Italia prima di Saturno e di Giove”. E Ovidio – per parte sua – ne “I Fasti” e ne “le Metamorfosi” afferma che Giano fissò la propria dimora sul Gianicolo che da lui prese il nome. Per questo Giano, che nella più antica religione si era presentato come divinità solare, come alter ego al maschile di Diana, come divinità che, al mattino, apre e, la sera, chiude le porte del cielo, come ci rivela l’etimo latino di Janua.

Giano nella religione.

Giano finì così con il rivestire un posto sempre più elevato nel pantheon romano al punto che un suo sacerdote (il rex sacrorum), nelle processioni aveva la precedenza sui rappresentanti di tutte le altre divinità (compreso il sacerdote di Giove), mentre negli inni veniva invocato come “buon creatore”, cioè come creatore degli uomini (Ianus Pater) e padre Dio degli Dei (deorum deus, ovvero, deorum rex)”, padre in altri termini, di tutti gli uomini, della Natura e dell'Universo. Divenne la divinità dell'apertura e dell'inizio, con caratteristiche simili a quelle della divinità solare che apre il cammino alla luce accompagnando l'attività umana nel corso della giornata.

D’altro canto la iconografia ufficiale – si veda il verso della moneta di Vienna – ci rivela un altro aspetto di questa divinità singolare sotto tutti gli aspetti.

Alle origini della storia religiosa di Roma Giano dovette essere annoverato anche tra le divinità marine, o – quantomeno – "acquatiche"; secondo una alternativa versione del mito, sarebbe stato il primo dio di Roma (abbiamo detto della sua tipizzazione come italico e latino), dove giunse per mare dalla Tessaglia. Era quindi considerato l'inventore delle navi e il protettore della navigazione, dei porti e delle vie fluviali.

Ne conseguì che, in prosieguo di tempo, gli venisse riconosciuta la potestà di far zampillare dal terreno sorgenti e polle d'acqua. Ad esempio, accadde che i Sabini, nemici dei Romani, stavano per entrare in città attraverso una porta, rimasta inspiegabilmente aperta: Giano fece scaturire un getto d’acqua, addirittura una cascata, che mise in fuga gli assalitori.

Tipizzazione romano-latina.

Ma cominciamo col vedere se la pretesa tipizzazione romano-latina corrisponda a verità. In altri termini: è proprio vero che Giano – anche se sotto diverso nome – fosse sconosciuto ai Greci? Possiamo sostenere, con assoluta certezza, che tra gli dei dell’Olimpo Greco non esistesse un omologo di Giano?

In contrasto con i mitografi, possiamo dire che in Omero troviamo due citazioni che aprono la strada al dubbio perché riferibili a Bacco o a Giano. La prima è contenuta nel canto VIII dell’Iliade; la seconda, nel canto IX dell’Odissea.

Cominciamo col prendere atto di un’apparente contraddizione tra l’omerico Bacco, l’ovidiano Giano e la virgiliana “Terra del Vino” (Enotria, cioè l’Italia antichissima, dal greco).

Approfondendo l’indagine ci rendiamo, però, conto che la confusione è più apparente che reale e, in ogni caso, fornisce almeno una traccia che penso valga la pena di seguire: Bacco e Giano hanno qualcosa di molto significativo in comune con un’altra divinità del mondo religioso greco (Iacco): il vino, la vite.

Su questa base possiamo sostenere che la qualificazione del mito di Giano dipende non solo dalla collocazione nello spazio e nel tempo, ma anche dalla semantica e dalle connessioni con la posizione della terra nel sistema solare.

Ciò che tende a trarre in inganno è la caratteristica fisica: la bicefalità.

La policefalità come mezzo di qualificazione del mito in termini spazio-temporali.

La policefalità è una caratteristica più diffusa di quanto si creda. Si pensi alla iconografia indiana del periodo pre-vedico o dravidico, dove quella caratteristica è una costante direttamente proporzionale alla quantità del

“divino” presente in un nume.

Peraltro la policefalità, per quanto caratteristica delle divinità indiane, non è peculiare solo di quel pantheon; basti pensare alla circostanza che, in una delle più antiche rappresentazioni, l’egiziano Osiride è pur esso bicefalo; e bicefalo era, alle origini, Iacco.

Questa constatazione ovviamente, ci risolve parte del problema spazio-temporale; ci troviamo in presenza della legge di “dislocazione”, caratteristiche del processo di formazione di un mito, nel senso che la diffusione della bicefalità segue, geograficamente, lo sviluppo della viticoltura e segue il trasformarsi della cultura dell’ebbrezza (vino – birra).

Osiride, divinità solare ed agricola dell’Egitto, era signore del grano e dell’orzo ed il suo culto seguiva la strada della diffusione della birra.

Iacco, al contrario, fu signore e seguì la via della vite.

Giano divenne signore della vite e del grano e segnò il punto di congiunzione dell’una e dell’altra.

Infatti, nell’Enotria, preistorica o protostorica, si diffusero i culti magici delle due vie di civiltà rappresentate dal mondo egiziano-etrusco-celtico (birra) e da quello indoeuropeo-greco-latino-romano (vino).

Da notare, per inciso, che entrambe le civiltà avevano alle origini carattere patriarcale: la prima strada è rappresentata dall’anatolica Kubaba, Kubala o Cibale; la seconda è rappresentata da Vesta, ipostasi di Demetra (“Antica Madre” virgiliana).

Semantica e dimostrazione.

La soluzione del dilemma e la dimostrazione dell’assunto, vanno a questo punto ricercate nella semantica. Infatti, una volta stabilito il collegamento Enotria – Grecia – Indo, mi sembra ovvio che è nella Valle dell’Indo che dobbiamo andare a ripescare l’origine ed il significato della bi- policefalità perché è da lì che la vita è partita tra la fine del IV e l’inizio del III millennio a.C.

La genesi del mito ed il significato di ciascuna bi- policefalità, sono rivestite di simbolismo e questo simbolismo nasconde al profano tutto ciò che sfugge alla sua comprensione proprio per il fatto di essere diventato mito (principio di confusione).

Frazer (nel Filo d’oro) fortunatamente ci ha insegnato che all’origine di un mito esiste sempre una realtà sottesa, per quanto difficile possa risultare riportarla alla luce a distanza di millenni. Eppure è su questa realtà sottesa che dobbiamo indagare fuori da ogni apoditticità e da contraddittorietà di elaborazioni postume.

Al di sotto della triade Iacco – Bacco – Giano, tutti originariamente bicefali, trova origine e si colloca la complessa vicenda del polimorfismo divino nei mondi indiano, egiziano e, finalmente geco-latino.

Per individuare i relativi passaggi, dobbiamo tornare alle fonti letterarie dove possiamo apprendere che:

· Il nome Giano era conosciuto nell’Enotria come Ianus o Janus:

· Il suo culto (cioè il suo mito) era antichissimo e la sua divinità rientrava nel novero delle divinità maggiori (aveva diritto di precedenza su Giove);

· Giano non avrebbe goduto di cittadinanza nella mitologia greca.

Ora sappiamo che quest’ultima affermazione è inesatta e ci ha condotto fuori strada. Per inciso aggiungiamo che la distinzione tra divinità maggiori (olimpiche tra le quali sedeva Bacco) e minori era propria della Mitologia greca. Ma

Chi era in realtà Giano?

Proprio la mitologia greca ci parla di uno Ianos, mitico vaticinatore, figlio di Apollo, dal quale si faceva discendere la famiglia dei Giànidi, operanti ed officianti ad Olimpia. Non è quindi un caso che a Giano fosse attribuito il potere dell’inizio, dell’apertura di procedure religiose di particolare solennità (quelle del vaticinio, l’apertura dei giochi olimpici). Né mi sembra un caso che a iano si attribuissero particolari onori all’atto dell’apertura delle ostilità (era patrono della damnatio ferro inique, cioè della dichiarazione di guerra), né il fatto che il suo nome segnasse il primo mese dell’anno, o che – come ci ricorda Ovidio – in suo onore il 9 di gennaio si celebrassero gli Agonalia (per propiziare il benessere del popolo romano).

Non sembra potersi porre in discussione l’altra affermazione: quella relativa alla antichità del mito che affonda le proprie radici alla protostoria romana, quando Saturno e Giove non facevano ancora parte dell’empireo romano e si parlava di una già mitica età dell’oro.

Ma appare lecito domandarsi chi fosse, nella realtà, Giano.

Giano probabilmente era la mitizzazione di un personaggio reale (ovviamente monocefalo) che l’introduzione della vite aveva, col tempo, deificato. Era divenuto, così, una divinità agreste (bicefala) alla quale venne ricondotta la custodia del fuoco sacro, tra due porte, entrata e uscita. Ianua (porta) divenne il segno del suo nome – al centro dell’edificio di culto e domestico – affidato al collegio delle Vestali.

A queste porte erano connessi altri due modi di chiamarlo: Patulcius e Clusius (rispettivamente da pàtere e clàudere, aprire e chiudere); le due porte si aprivano in tempo di guerra e si chiudevano alla fine delle operazioni.

Mentre questi accadimenti si realizzavano a Roma, gli Enotri conservarono il ricordo della sua origine e mantennero la raffigurazione bicefala, le due facce unite per la nuca, che gli valsero gli epiteti di “bifronte”, “gemino”, “bicipite” ma anche “tricareno” e “quadrifronte”, Il che significa che probabilmente esistettero figurazioni con tre e quattro teste.

Bicipite, ho detto era anche Iacco che Eliphas Levi definisce «… dio dell’iniziazione. Vincitore dell’India, … risplendente androgino dalle corna di Ammone … figlio della folgore, domatore di tigri e di leoni …» spesso confuso con Dioniso, Demetra e Persefone.

Questo accostamento ci riporta inevitabilmente all’India pre-vedica (o dravidica) dove il policefalismo era di casa e ci rivela il percorso che la triade Iacco – Bacco – Giano compirono fino a Roma dove il bicefalismo era una caratteristica esoterica della divinità superiore.

Archètipo del policefalismo

Cercherò adesso di individuare l’archetipo al quale si è ispirato l’antico mitografo e, per riuscirvi bisognerà approfondire il discorso sulla questione astrale. Bisogna, cioè, tener presente che il riferimento astrale era un passaggio inevitabile, un obbligo al tempo stesso esoterico ed essoterico, dove gli eventi astrali assumevano nell’anno la posizione che è propria della bicefalità.

Il bicefalo indica, nell’eclittica, quella posizione equidistante tra il massimo ed il minimo d’insolazione che consente la perfetta maturazione della vite.

Non a caso Giano, per il tramite di Vesta, e l’indiano Agni erano divinità del fuoco; l’uno e l’altro – signori del tempo – erano anche signori dei due momenti dell’anno in cui tali condizioni si verificano (equinozi di primavera e d’autunno: bicefalità).

E l’accostamento delle figure di Giano ed Agni non è casuale come ci ha chiarito Eliphas Levi nella sua Storia della Magia che ora possiamo comprendere nella giusta luce.

Perché vincitore dell’India?

Quando gli Ari trasferirono Iacco, “conquistatore dell’India”, in area greco-italiota il polimorfismo era divenuto puro antropomorfismo nel senso che esso si era liberato di certe caratteristiche fisiche (come le braccia molteplici), aveva perso alcune caratteristiche zoomorfe (come l’animale vettore: il capro), ma ne aveva mantenute altre (bicefalità o policefalità) significative sotto esoterico–sacrale.

Per tale strada in Grecia, il simbolismo proprio del culto della vite si impersonò in Iacco–Dioniso: l’antico Dioniso è ancora bicefalo; in Anatolia si impersonò in Demetra e Cibale (dalle molteplici mammelle); a Roma divenne Giano bifronte.

Giano tuttavia mantenne, come tutte le divinità di origine indo-dravidiche, il significato esoterico relativo alla quantità e natura del divino. Nella sua forma Giano guardava allo stesso tempo, al passato e futuro che in lui coincidevano; in un eterno privo di inizio e di fine impersonò la posizione della terra nell’orbita dell’eclittica agli equinozi di primavera e di autunno.

A Roma Giano fu signore del tempo (come Cronos) e padre degli dei (come Zeus). Ma non perse il suo collegamento alla terra (gh – Gea – Gaia) attraverso il culto matriarcale del fuoco, introdotto da Numa Pompilio che l avrebbe appreso personalmente dalla ninfa Egeria e travasato nel culto di Vesta.

***

La semantica, ancora una volta ci viene in soccorso per confermare tale ipotesi. Tra le radici indo-euopee troviamo la radice sanscrita “ia” (rosso) che ritroviamo in “Ia-kcos” (il rubizzo, conquistatore dell’India) che, col tempo, diverrà Ba-kcos, per rafforzamento della “iota” secondo la normale legge di traslitterazione.

Dobbiamo comunque precisare che, quando Levi ha definito Iacco “conquistatore dell’India”, ha commesso un errore sulla applicazione della legge di trasposizione degli elementi mitologici: sarebbe stato più aderente alla realtà dire “Iacco il conquistatore, (proveniente) dall’India” evitando la confusione di un post con un prius.

Nella realtà Iacco, divinità agreste, nel suo spostarsi dall’Indo (cioè dall’India) documentava il diffondersi della cultura della vite lungo la direttrice del Caspio (mi riferisco al primo grande movimento di popoli tra il X ed il III millennio che dette vita, tra le altre, alle popolazioni celtiche e italiote). Nulla di strano che portassero seco tradizioni, usi ed abitudini tipiche della propria cultura.

Mi domando allora: se i mitografi ed i mitologi avevano ben individuato le motivazioni remote proprie del formarsi ed evolversi del mito, perché Levi è incappato in errore, tutto sommato; banale? A mio parere l’abbandono della spiegazione logica è dipesa da un motivo del tutto formale ed estraneo dl mito stesso; è legata alla riforma del calendario ateniese che era passato dall’ano “sotiaco” (diviso in nove mesi) a quello solare (diviso in dodici mesi) senza un’approfondita meditazione sulle conseguenze che avrebbero subiti i calcoli sugli equinozi.

Ciò significa semplicemente che, in origine, le feste in onore di Iacco non coincidevano con il solstizio di estate, ma correttamente, con l’equinozio di autunno (tra settembre ed ottobre). Ma questo è impossibile da dimostrare perché non sappiamo quando tale riforma ebbe luogo.

Fonte:
ACAM

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