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 IL CULTO FALLICO NELL'ANTICHITA'

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g0rka
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MessaggioOggetto: IL CULTO FALLICO NELL'ANTICHITA'   Dom Giu 21, 2009 11:07 pm

Il presente lavoro anonimo, è stato pubblicato nel 1928 nella famosa collezione della "Biblioteca dei Curiosi":

ORIGINI DEL CULTO FALLICO ED I SUOI SIMBOLI

Il culto del Fallo, vale a dire la venerazione del Principio attivo dell'Universo o dell'Emblema della fecondità e simboleggiato nel membro virile in istato di erezione (ixu-falloj), rimonta a civiltà così remote, che si perde nel deserto della preistoria.

Retrocedendo, di epoca in epoca, dal nostro Medio Evo al tempo dei Romani, e dai Romani risalendo ai Greci, agli Etruschi, agli Ebrei, ai Peruviani, agli Egizi, agli Assiri, ai Fenici, ai Caldei, ai Pelasgi, ai Maya, si potrebbe giungere anche alle grandi civiltà della Lemuria e dell'Atlantide, scomparse oltre cento secoli or sono, senza trovare forse interruzione nel culto dell'Erme ithifallico, di cui il simbolo pare tanto più intensificarsi nella significazione, quanto più si procede verso le antichissime origini.

Il Lingam, che è la prima forma del phallus egizio-greco-romano, è l'idolo più antico del mondo.

Il concetto con cui venne espressa in origine l'idea cosmogonica fu rappresentato dal gruppo dei due sessi. Il sesso maschile portava l'immagine del Sole, centro del principio attivo; il sesso femminile l'immagine della Luna, centro del principio passivo. Questa idea, che distingue tutta la Natura in due parti, una attiva e l'altra passiva, e che si trova nel fondo di tutti i sistemi religiosi e di tutti i Misteri dell'antichità, è stata simbolizzata dal falloj, emblema dei poteri generativi della natura, derivato dall'Asherah semitico e dal Lingam indiano.

Il Lingam era rappresentato da una colonna di terra eretta in una piccola vasca di acqua (yoni) colonna di terra che significava la materia di cui fu creato l'uomo: piccola vasca di acqua che indicava l'elemento in cui germinò la vita. Da questa colonna nacque il « nato di terra » cioè l'uomo. Il Lingam era quindi l'insieme degli organi generativi dei due sessi, e rappresentava la perenne virtù riproduttiva dell'Universo.

Questa simbolo espresse pertanto la prima concezione dell'idea cosmogonica ed ebbe il massimo culto presso i popoli delle più antiche civiltà, che videro in esso la rappresentazione della dottrina della «Causa primitiva e suprema», divisa in attiva e passiva, in agente e paziente: (Dio - Mondo ermafrodito).

Ne prima che la mentalità degli uomini giungesse a trar motivo di scandalo dai più augusti misteri della natura, l'unione della Terra e del Cielo, da cui si faceva derivare tutto ciò che ha vita, poteva meglio esprimersi che per mezzo degli organi genitali.

La terra venne riguardata come la matrice della natura e il ricettacolo dei germi; il cielo come principio del seme e della fecondità.

Per questa concezione, espressa nel Lingam, gli Indiani avevano il più profondo culto che, presso di loro, risale a remotissime antichità. Sotto la stessa immagine adoravano il Dio Isuren che corrisponde, più tardi, al Bacco greco, in onore del quale fu innalzato falloj. Il candelabro a sette rami destinato a figurare il sistema planetario, pel cui mezzo si compie il grande fenomeno delle generazioni sublunari, era posto davanti al Lingam; e i Bramini lo accendevano, rendendo omaggio a questo emblema della duplice forza della natura.

Chi non ha saputo comprendere tutto ciò, ha chiamato scioccamente il Lingam un idolo osceno. In verità il Lingam nella significazione simbolica era «la colonna di fuoco che guida l'eletto» era



«l'albero della vita» o della «scienza del bene e del male» perché nella sua linea, immagine di Siva (Dio), si contiene tutto l'alfabeto che è «datore della conoscenza».

«Chi pensa a tutto ciò?» si domanda il D'Amato nel suo grande libro L'inizio del sapere e della civiltà: l'Atlantide. «Chi pensa che la flora e la fauna dei templi avevano un linguaggio profondo per l'iniziato e semplicista per il profano? Chi non attribuisce oggi il carattere fallico al fiore di loto? L'arte dell'iniziato, di qualunque sistema, fu così arguta e profonda, da tutto dire sotto forma simbolica, senza far trapelare ai profani il fondo scientifico».

La «grande follia degli antichi», se studiata alla luce del simbolismo religioso, apparisce come un'arte insuperabile per celare ai profani le nozioni scientifiche di storia naturale per lui sacra, perché venuta da Dio.

«Anche il serpente, il cui simbolo si trova non soltanto nella leggenda biblica e nelle pitture etrusche, ma anche nei monumenti della vallata del Mississipi, rappresenta talvolta l'idea fallica e il simbolo della vita. Così Esculapio, il grande medico, aveva come attributo il serpente.

Cuhuacohuatl, la madre universale dei Messicani, la Maya degli Indiani, l'Iside degli Egizi, la Sibilla dei Greci, e soprattutto l'Eva messicana (nel Messico la storia della tentazione di Eva é uguale alla tentazione biblica) hanno parimenti presso di loro il serpente, come simbolo di vita. Serpens equivale a pens-ser e costituisce il simbolo della luce divina, il pensiero, serrato, come un serpe, nella massa cerebrale dell'uomo».

Quanto al Lingam, Tolomeo dice che, insieme agli altri simboli fallici, era consacrato perchè rappresentava gli organi della generazione di tutti gli esseri animati, essendo destinato ad esprimere la virtù naturale e spermatica degli astri.

«Quando ci si sarà convinti - aggiunge il D'Amato - che il phallus, immagine di Siva (Dio), più degli organi genitali, rappresenta la colonna vertebrale determinata dal bacino articolato al sacrum e culminata dalla massa cerebrale, sede del pensiero, rivelatore della divinità, allora i dotti si renderanno conto di ciò che si adorava realmente e di ciò che si adombrava».

Il conico phallus non è che l'ence-phalus. Le sillabe phal, fal sono anagrammi di aleph, alf, a, lettera che fu detta: «principio di tutte le cose».

Sulla tomba arcaica di un Re Mida (Frigia) il capo umano è rappresentato da un phallus simbolo di suprema totale intelligenza; e che L'idea religiosa predominante fosse quella di divinizzare l'ingegno umano, lo dicono più tardi i simboli sul capo di Iside e di Osiride.

Del resto, l'immagine del Dio Fta (Phtah) che é «l'architetto dell'Universo», «fonditore di metalli», «scultore in creta», creatore dell'uomo, é rappresentata in un corpo troncato al collo, mentre dal taglio sorge il capo umano e, in corrispondenza del cervelletto, un fiore di loto, cioè il simbolo fallico.

Erodoto dice che l'Erme ithifallico é originario dei Pelasgi, i quali ne sparsero il culto presso gli altri popoli. I greci, che facevano le statue di Apollo col membro eretto (ithvs = diritto), e rappresentavano, in questa stessa posizione, anche le immagini di Mercurio, non impararono tutto ciò dagli Egizi, ma dai Pelasgi.

Chi ha notizia dei tenebrosi misteri dei Cabiri, celebrati in Samotracia, comprenderà questi accenni. Secondo Strabone furono detti Cabiri anticamente i sacerdoti Pelasgi che introdussero il culto religioso fra i Samotraci. Questo culto non ebbe da principio che due Deità: il Cielo, detto a axierastoj, degno di amore, e la Terra, axioc˜rsa, degna sposa. A queste due deità fu data, in seguito, una figlia e fu aggiunto più tardi un Dio d'ordine inferiore sotto il nome di Cadmillo. Ma tali Deità vennero in seguito confuse con quelle della Grecia, sicché una divenne Cerere, l'altra Proserpina, la terza Plutone, la quarta Mercurio, e più tardi, azierastoj divenne Fetonte, azioc˜rsa Venere o la Terra fecondata, e Cadmillo Cupido.

Ora, nelle cerimonie delle iniziazioni al culto di queste Divinità, la pompa fallica aveva parte preponderante per la commemorazione della cosiddetta «morte cabirica». La leggenda diceva che Cadmillo fu ucciso dai fratelli i quali fuggirono portando in un canestro il suo membro virile. Questo fatto che simboleggiava appunto la «morte cabirica» era commemorato nella maniera più solenne e diffusa, durante le iniziazioni. Le cerimonie avvenivano sempre di notte e in luoghi reconditi, ed erano precedute dalle rievocazioni storiche intorno ai Pelasgi, che specialmente vertevano sul culto dei Mercuri phallofori. Seguivano riti tenebrosi, in cui il fallo, portato trionfalmente in alcune ceste mistiche, veniva venerato e adorato in una sequela di misteriose e sacre lussurie. Basti dire che i Dàttili, i Curèti, i Coribanti, i Telchini e i loro successori, imitando i Misteri Cabirici, svilupparono talmente il culto del fallo, che in commemorazione della morte di Cadmillo, giunsero talvolta a mutilarsi del pene e a portarlo in trionfo, nudi, folli di dolore e di esaltazione religiosa!

Ma oltre che nei Misteri, il culto fallico era sviluppato presso tutti i popoli dell'antichità in svariate manifestazioni, come ne fanno fede le tracce archeologiche e le affermazioni di antichissimi scrittori.

Nello Yucatan preistorico, e presso molti altri popoli, il progenitore dei fallo, il Lingam, ponevasi sulle tombe. Ne sono reminiscenza i pali scolpiti nella cima, a mo'di capi umani, detti «anime dei defunti » alle Nuove Ebridi. Ciò facevasi per la credenza che il principio vitale fecondatore, estinto per poco tempo dalla molte, avrebbe poi ripresa novella vita.

Le stele attiche, diffusissime in Grecia, e con lievi variazioni, anche nell'Italia preromana, non hanno che ripetuto, più tardi, il concetto espresso dai pali scolpiti, usati in antichità più remote. Le stele erano lastre o colonne di pietra, semplici e svelte, infisse in una base, recanti sulla cima un ornamento architettonico in forma di fiore, detto perciò auz™mia, che conserva sempre l'accenno al fiore di loto e quindi al simbolo fallico.



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MessaggioOggetto: Re: IL CULTO FALLICO NELL'ANTICHITA'   Dom Giu 21, 2009 11:07 pm

Ma maggiormente simili ai pali scolpiti, appaiono i monumenti sparsi lungo la Via dei Sepolcri a Pompei, costituiti da piccoli pilastri arrotondati in cima, come capi umani, quasi identici perciò a quelli delle Nuove Ebridi.

Come simbolo della fecondità universale il Lingam, cioè la immagine delle parti sessuali dell'uomo e della donna, veniva esposto solennemente nei Santuari di Eleusi, e, sotto la figura più semplice di phallus, molto spesso riprodotto nei bassorilievi dei tempi egiziani e principalmente a Tebe.

Nella Rhodesia sono stati scoperti avanzi di un'acropoli, vasta quasi un chilometro quadrato, (che gli archeologi vorrebbero far risalire alla civiltà atlantica) su cui si ergono le mura diroccate di un gigantesco tempio, nel mezzo del quale troneggia un «Lingam» alto 15 metri!

Il padre Kirker assicura di aver trovato il culto fallico anche in America, evidentemente tramandato da remote antichità; e in ciò si appoggia ai racconti di Ferdinando Cortez.

Diodoro di Sicilia afferma che gli emblemi fallici non erano sacri soltanto presso gli Egiziani ma presso tutti i popoli del mondo, i quali hanno compreso e apprezzato il culto che riunisce il potere attivo e passivo dell'Universo, rappresentato dal phallus (membro maschile) e dalla cteis, (vaschetta oblunga), parte sessuale femminile.

Anche i Persiani, gli Assiri, e i Caldei avevano il culto fallico, accordandosi presso a poco nella concezione cosmogonica, con gli Indiani, presso i quali il Lingam costituiva l'emblema principale del culto.

Tutti questi popoli, e fra essi principalmente gli Indiani, portavano generalmente appeso al collo la figura del Lingam, che nei templi e nelle case veniva ornata anche di fiori precisamente come i Greci e i Romani adornarono, più tardi, il fallo. Il taly, attaccato dallo sposo novello al collo della propria sposa nel rito delle nozze, non era altro che un Lingam, emblema dell'unione dei due sessi, consacrato dal sacerdote durante la cerimonia religiosa.

Con la identica manifestazione di culto e con intenzione augurale e propiziatrice il fallo - derivato dal Lingam - veniva scolpito, in lontanissime epoche, sui luoghi pubblici e privati, presso i Cananei (o Fenici propriamenti detti) presso gli Assiri, i Persiani, i Babilonesi, i Cartaginesi. Come il Dio Protogono, racchiudendo il simbolo del principio attivo dell'Universo e manifestando l'emblema della forza e della potenza naturale, il fallo, al pari del segno del Dio Averunco, doveva anche allontanare le sventure e i disastri e tener viva nella mente l'idea religiosa del principio attivo generatore del mondo.

Tutti i popoli hanno dunque concordemente visto negli organi sessuali il «Principio universale della Vita» che risulta appunto dall'accoppiamento di un centro fecondatore attivo (phallus) e da un ricettacolo passivo del seme (yoni o cteis).

«Principio universale della vita» dal quale l'uomo ha sentito di provenire e che perciò ha divinizzato, venerandolo, invocandolo, adorandolo con ogni forma di culto, come la «Suprema Forza Generatrice» che gli diede non solo l'esistenza, ma anche il portentoso potere di continuarla e perpetuarla nei suoi figli e nei figli dei suoi figli.



IL CULTO FALLICO IN EGITTO

Ma in Egitto il culto fallico ha lasciato di sé un così profondo e preciso vestigio nella storia e nello sviluppo delle religioni, da far ritenere ai più che la venerazione del membro virile, anziché essere tramandata, nel suo principio filosofico, da civiltà più antiche e più vaste, come abbiamo accennato, sia invece proprio sorta nella misteriosa terra dei Faraoni.

In verità, nell'Egitto il culto fallico si perde nei Misteri simbolici delle più antiche religioni: a voler spingere la indagine più oltre, si giunge al limitare di epoche sconosciute, senza trovare, con qualsiasi approssimazione, una data di partenza.

È però fuor di dubbio che in nessun paese il culto fallico ha avuto maggiore sviluppo, come in Egitto, ove, a parte le altre significazioni, il fallo simbolizzava la divinazione della mente umana.

I caratteri distintivi di Iside, sorella e sposa di Osiride, simbolo della Dea Madre e seconda persona della sacra Triade egiziana, sono due ciocche di capelli che scendono di qua e di là dal collo, ed un gruppo di essi che si scorge sulla sommità del capo, chiamato fiore di loto, cioè emblema fallico.

La figura del fallo si trova inoltre molto frequentemente nella Tavola Isiaca, nonché nelle Deche, in cui gli Dei Tutelari sono rappresentati generalmente con un fallo nella mano sinistra. Fu proprio una di queste figure che, ritenuta oscena da Teofilo, patriarca di Alessandria, venne subito fatta distruggere.

Secondo Socrate e Sozómene, il segno del fallo insieme alla virtù generativa della divinità, indicava anche il carattere della vita futura. A questa significazione potrebbe connettersi la figura fallica, che, secondo un codice francese del ‘700, si vedeva sotto le immagini di S. Antonio Abate e sopra l'abito dei monaci del suo ordine. In verità, noi stentiamo a credere a tale affermazione, in base alla quale l’immagine di S. Antonio Abate avrebbe avuto un fallo al posto ove venne poi effigiato il maiale ; ma poiché tale figura, secondo lo stesso codice, veniva chiamata col nome di «Croce di S. Antonio», crediamo di spiegare la cosa ritenendo che si trattava, forse, della figura fallica trasformata o sostituita dal santo Eremita, con l'antichissimo «segno» di croce a T, che in antico simbolizzava anche il «futuro di vita eterna».

Ad ogni modo, fino ai tempi in cui visse il grande Abate, (II sec. dopo Cr.) il culto fallico conservava in Egitto la sua purezza simbolica non ancora maculata da alcuna allusione oscena.

A ciò devesi certamente la frequenza e il verismo della figura del fallo nei templi come nelle feste e nei riti funebri egiziani.

Nelle pitture delle Tombe dei Re d'Egitto, la tavola segnata col N. 84, rappresenta un uomo di forme erculee, con il membro spettacolosamente eretto, mentre lancia un getto di liquido seminale. Poco lontano, da una goccia dello stesso liquido caduta a terra, si forma un embrione umano: più lungi, dietro alcune piccole mummie, un altro individuo sembra ricevere vita dal getto dello stesso liquido seminale, lanciato vigorosamente fino a quel punto.

Gli autori della descrizione di Tebe ritengono trattarsi della Tavola Genealogica della Dinastia dei Re, ivi sepolta; e secondo la loro interpretazione, la figura principale che lancia il liquido, sarebbe il fondatore della dinastia.

A parte tutto ciò - che, ad ogni modo, si riferisce ad epoche egiziane posteriori - il culto fallico in Egitto ci appare originato naturalmente dal principio filosofico messo a base di tutte le religioni e di tutti i profondi misteri di esse.

La dottrina del principio attivo, del principio passivo e del risultato di ambedue sembra infatti costituire la base filosofica della sacra Triade: Osiride, Iside, Oro.


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MessaggioOggetto: Re: IL CULTO FALLICO NELL'ANTICHITA'   Dom Giu 21, 2009 11:08 pm

La stessa idea si ritrova, con altre forme, nella figurazione del Bue Apis e della Vacca Athyr. Il principio passivo prende inoltre il nome e il simbolo di tutte le Dee, che, al pari della Vacca Athyr, sono venerate come principi universali: le Dee portano perciò, le corna, o altri attributi della vacca, quando non sono addirittura rappresentate dalla vacca stessa.

Osiride, come «principio fecondatore» o a simbolo della forza maschia e della fecondità a trasformazione dell'azierastoj dei Cabiri, è identificato più tardi, e presso molti popoli, a Bacco. Iside, già axioc˜rsa o Terra fecondata dei Cabiri, rappresenta la parte passiva della natura e la madre di tutti gli esseri viventi, ed è adorata sotto mille successivi aspetti e mille nomi, ma sempre nella concezione del principio passivo.

L'immenso, confuso e misterioso groviglio mitologico, sotto numerose trasformazioni e identificazioni, conserva inalterato questo concetto, basato su un fatto di osservazione: il principio della vita e dell'intelligenza pro-veniente da un centro attivo e fecondato in un centro passivo.

Ma il fallo, propriamente detto, nella reale figurazione del membro virile in istato di erezione, è consacrato in Egitto dall'antichissima leggenda d'Iside, che pare anch'essa una trasformazione della leggenda cabirica di Cadmillo.

Quando il corpo di Osiride fu dal fratello Seth tagliato in quattordici pezzi e sparso per il mondo, Iside si affrettò a ricercarlo e a ricomporlo. Essa riuscì a trovare, qua e là spersi, tutti i pezzi del corpo dello sposo, ma non poté trovare il membro virile, perché essendo stato gettato nel fiume, era stato divorato da tre pesci. Iside, angosciata, in ogni luogo ove trovava un frammento del corpo di Osiride, lo componeva in una forma di cera ed erigeva sul posto una tomba, ciò che ha fatto poi nascere a molte città la pretesa di possedere la tomba di Osiride.

Per rimpiazzare il membro virile mangiato dai pesci, Iside fu costretta a farne una imitazione in cera, ed é così che la Dea ha consacrato il Fallo, di cui gli Egizi hanno conservato devotamente il culto nei loro Misteri e in tutte le manifestazioni religiose, celebrando poi una festa solenne che dicevasi istituita dalla stessa Iside.


Caratteristica famosa di questa festa era la Falloforia, che consisteva nel portare in giro, processionalmente, il simbolo fallico.

Erodoto descrive queste imponenti manifestazioni falloforiche in onore di Osiride.

II fallo, ordinariamente di poderose proporzioni, per lo più fatto di legno, era portato su lunghe pertiche dai follofori, uomini che avevano in capo corone di edera e di fiori. Seguivano le donne al canto di inni sacri, recando piccole statue di Osiride di cui il membro eretto era grande quasi quanto la statua stessa. Erodoto non spiega questa particolarità; ma egli non ci direbbe nulla di più di quanto dice Plutarco in proposito: «Il fallo delle statue di Osiride era così grande, perché non doveva rappresentare un membro naturale, bensì quello che si sarebbe dovuto proporzionalmente fabbricare per comporre il corpo del Dio nella sua integrità». D'altronde, la statua ithy-fallica doveva esprimere la grande virtù fecondatrice di Osiride, che personificava la potenza attiva e spermatica dell'Universo, ed era naturale che il suo membro avesse, nella mente dei fedeli e nella rappresentazione simbolica, proporzioni imponenti.

C'è chi crede che la leggenda della perdita del membro virile di Osiride sarebbe stata immaginata solo per istituire la falloforia che era una delle più importanti manifestazioni religiose egiziane. Ma Plutarco spiega che si celebrava in Egitto anche una seconda processione ithy-fallica, detta dei Pamyli, nella quale si commemorava la nascita di Osiride affidato a un certo Pamyli di Tebe. É questa forse la ragione per la quale a Tebe era, più che altrove, sviluppato e diffuso il culto fallico, come hanno dimostrato le numerose sculture e le pitture dei templi ed altre prove archeologiche.

In tal modo la nascita di Osiride verrebbe ad uniformarsi col mistero della sua resurrezione, mentre tutto, in senso exoterico, é inteso ad esprimere il rinnovo della vita e della vegetazione.

Consacrato dalla leggenda di Osiride, é facile immaginare quanto sviluppo il culto fallico abbia avuto in Egitto, culla dei Simboli e dei Misteri.

Oltre le due feste falloforiche accennate, avevano luogo frequenti manifestazioni di culto fallico anche nelle cerimonie religiose in onore di altre Divinità. Specialmente nelle feste delle varie stagioni, in cui si commemorava e si seguiva con profonda religione i fenomeni della natura e della vegetazione, il fallo costituiva sempre il più sacro simbolo della forza germinatrice infusa dal potente Osiride negli uomini, negli animali e nelle piante; e perciò il più vivo e multiforme culto veniva ad esso indirizzato.

La Grecia che ha imitata quasi interamente, anzi ha continuata la religione degli Egizi, ci offre un campo d'indagine più vasto e più ricco, attraverso le opere dei suoi storici e dei suoi scrittori.

Giamblico premette che il falloj significava presso i Greci e, a maggior ragione, presso gli Egizi, “la virtù virile della divinità, ereditata dagli uomini» e che le parole, per sé stesse turpi o indecenti, volevano indicare soltanto il concetto puro, destituito da ogni significazione oscena. Egli crede anzi che le cerimonie falliche - in realtà mistiche e lussuriose insieme - tendevano a dar sfogo al furore della concupiscenza, la quale si sarebbe sovraeccitata e accresciuta, se fosse stata tenuta lungo tempo in freno. Idea, questa, che in verità si stenta a condividere, sia perché rispecchia la mentalità dei secoli successivi anziché quella contemporanea a simili riti, sia perché appare evidente che le cerimonie ithyfalliche piuttosto che ad un fine morale o fisiologico, tendevano al beneficio di propiziazione della virtù fecondatrice posseduta dalla Divinità.

Del resto, presso i Greci, e presso altri popoli, la figura del membro virile era generalmente portata con devozione appesa al collo, e il culto fallico, se costituiva parte essenziale nelle feste afrodisie, dionisiache e priapee, era anche in uso in onore di Cronos, di Apollo, di Proserpina, di Hermes e in altre feste minori.

La falloforia, o solenne processione del membro virile, iniziata e consacrata in Egitto, come abbiamo detto, dalla stessa Iside, fu importata in Grecia, verso l'anno 1380 av C. dal divino Melampo, medico e augure di Argo. Le feste di Bacco e di Venere, molto frequenti in Grecia, fecero si che le manifestazioni falloforiche avessero uno sviluppo maggiore che non in Egitto, perché il culto di Bacco e di Venere offriva molto agio al popolo di arricchire le processioni di forme coreografiche e orgiastiche, sempre nuove.

All'uso di portare il fallo processionalmente nel tempio di Bacco e di Osiride fu aggiunta la interessante novità di portare, anche processionalmente, l'immagine delle parti sessuali femminili nel tempio della Dea Libera o di Proserpina.

Gli autori greci danno parecchie notizie di tali processioni falloforiche.

Nelle numerose e varie feste dionisiache l'immagine del fallo, sempre di grandi proporzioni, al pari che in Egitto, veniva portata in mano o su lunghe pertiche. Anche in Grecia i falli erano fatti di legno di fico, ma se ne fabbricavano spesso di corno, di vetro e più comunemente di pelle di capretto appositamente conciata e tinta in rosso: ex aluta rubra.

Le processioni si sviluppavano prima per la campagna e poi per la città, ed avevano secondo le affermazioni dello stesso S. Agostino (I. I. de Civ. ç. 21) una importanza veramente solenne.

Come in Egitto, il corteo era aperto dai falloforoi che portavano il fallo su lunghe pertiche. I fallofori erano coperti di pelli d'agnello, avevano il capo coronato di edera e il viso tinto di mosto.

Seguivano gli ithifallici, a passo lento, come compresi della loro importante funzione. Gli ithifallici erano ammiratissimi e forse costituivano l'elemento più importante della cerimonia. Essi incedevano in fila ostentando grossi membri di pelle di capretto, adattati all'inguine, sì che «parevano appartenere mostruosamente ad essi«. Alcuni erano vestiti di abiti femminili e portavano il fallo inalberato su un carro pieno di fiori e di edera, tirato da buoi.

Durante il percorso venivano cantati inni speciali, detti carmi ithifallici che si dicono inventati da Archiloco. Il corteo era inoltre arricchito, abbellito ed animato: dalle canefore, vaghe donzelle delle migliori famiglie, che recavano festoni di edera e canestri di fiori o di frumento, focacce di varie forme, grani di sale, frutta, uva ed altri simboli sacri; dalle fallofore, donne in buona parte sacerdotesse di Venere, che recavano devotamente l'emblema fallico, e dallo sciame impetuoso e sfrenato delle Baccanti, che intrecciavano e alternavano le loro caratteristiche danze.

Quattro delle Baccanti parevano incaricate di cerimonie particolari. Ce ne dà notizia il Visconti descrivendo un Tino sacro sul quale è mirabilmente scolpito un baccanale. “La prima accompagna il ballo con i cembali; la seconda solleva con leggiadrissima movenza le falde di un lieve ammanto che la copre, la terza, agitando i timpani e la testa, lascia che la tunica spartana senza cucitura ai fianchi, si apra e si sollevi, mostrandola interamente nuda; la quarta esegue la danza detta cernophoros, sostenendo il vaglio mistico nella sinistra, entro il quale appare il fallo religiosamente coperto da un velo sottile».

A volte era portato in processione un triplice fallo, forse per maggiore solennità o per dare al culto un valore intensivo. In queste occasioni, il simulacro veniva ornato di varie figure, inghirlandato di edera o di fiori e abbellito da un «astro luminoso sulla punta».

Nelle feste afrodisie o di Venere, che si celebravano specialmente in Amatunta e in Pafo, fra i vari riti falloforici, era celebre quello con cui i devoti deponevano una moneta dinanzi alla statua di Venere, come meretrice, e ne ricevevano in cambio una misura di sale, con che alludevasi al mare, ed un fallon che significava la loro dedicazione alla Dea dell'amore e della lascivia.

Nulla era dunque risparmiato per dare al fallo il maggior culto e il più frequente uso nelle feste, nelle cerimonie, nei Misteri, nelle iniziazioni, nei sacrifici, nei riti nuziali e nei riti funebri. II “principio divino fecondatore» non doveva far mancare la sua virtù eminentemente benefica agli uomini, agli animali, alle piante, che da esso solo dovevano trarre la prosperità, il rigoglio, tutta la gioia del vivere!

E che i riti falloforici avessero in Grecia, al pari che in Egitto, un carattere, diremmo quasi, ufficiale, è dimostrato da un Decreto del V sec. av. Cr. (C. Inscr. At. I pag. 14) che imponeva ai coloni ateniesi di Brea di «mandare almeno un fallo alle feste Dionisiache».
Già comune a molti popoli primitivi, come abbiamo accennato, il culto fallico - che sembra aver avuto in Samotracia, in Egitto e in Grecia il maggior sviluppo, ebbe nell'antichità molta diffusione anche presso altri popoli orientali e occidentali, specialmente abbinato al culto di Dioniso e di Priapo.

A Cartagine, durante processioni e cerimonie sacre e specialmente nei Misteri di iniziazioni, i sacerdoti offrivano ai fedeli fette di pane mistico sulle quali erano state sparse alcune gocce di liquido, che doveva simbolizzare quello emesso dal fallo sacro.

Il francese Grandpré, nel suo viaggio nell'Africa occidentale, nel 1787, dice di essere stato testimone di una festa celebrata negli Stati del Congo. Uomini mascherati, facendo una strana pantomima, che ricorda quella delle Baccanti greche, portavano in processione solenne, un fallo di proporzioni enormi, che agitavano con ritmo, cantando speciali versetti. Ciò che dimostra che manifestazioni quasi identiche a quelle dell'Egitto e della Grecia, sono durate in alcune parti del nostro globo, almeno fino a qualche secolo fa.

Sull'interessante rivista «Man« edita dal Royal Anthropological Institute of Great Britain and Ireland, il Campbell, ha pubblicato un notevole articolo, accompagnato da illustrazioni, su alcuni oggetti fallici, usati in riti religiosi dagli Aborigeni australiani.

La universalità e l'antichità del culto fallico risulta quindi evidente ; ed é ben chiaro che il fallo sia stato accettato unanimemente come «simbolo del potere attivo della Natura» e come «emblema della forza riproduttrice» da tutti i popoli del mondo a cominciare dall'Oriente.

Gli studi e le ricerche storico–archeologico–religiose attestano concordemente che il culto del membro virile, preso come simbolo del principio riproduttivo, infuso dalla Divinità in tutto il creato, è antico quanto l'uomo, diffuso ovunque l'uomo abbia abitato e, per quanto vario nelle forme esteriori e nello sviluppo, sempre uno nel suo concetto simbolico di «principio attivo fecondatore di tutto ciò che ha avuto, ha, ed avrà vita nell'Universo».

IL CULTO FALLICO A ROMA

Roma ereditò il culto del pballus dall'Egitto e dalla Grecia, insieme a tutte le religioni pagane, e mantenne integre, per non breve tempo, le forme esteriori della venerazione, sia nei riti dei Misteri e delle iniziazioni, sia nelle numerose feste istituite.

Ma già parecchi secoli prima, quasi inavvertitamente, si era incominciato a perdere la pura concezione filosofica dell'antico simbolo fallico e ad accettare, in sua vece, un significato a grado a grado più ristretto e più materiale.

Nelle città dell'Ellesponto e della Propontide si era andata diffondendo la venerazione di una Divinità nuova, legata senza dubbio all'antica idea del Lingam, ma del tutto umanizzata e personificata in una delle innumerevoli deità pagane.

Priapo, dio della fecondità animale e del germoglio campestre, nato da Bacco e da Venere, offriva alla mentalità contemporanea una concezione più accessibile che non il significato filosofico del «principio attivo della natura» o della «morte cabirica» o del «mistero d'Osiride», e con facilità si sovrapponeva e si sostituiva all'idea originaria della virtù spermatica dell'Universo.

Nell'idea religiosa il phallus andava man mano assumendo, per sé stesso, l'espressione della forza fecondatrice, identificata nella virtù divina attribuita a Priapo.


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MessaggioOggetto: Re: IL CULTO FALLICO NELL'ANTICHITA'   Dom Giu 21, 2009 11:08 pm

Il Dio era tutto intero nella figura del fallo eretto, e il fallo era lo stesso Priapo nella sua divinità mostruosa e oscena. L'elemento occulto e divino andavasi confondendo con l'elemento sessuale: il lato lascivo andava conquistando attribuzioni divine che ne promovevano l'esibizione e ne incitavano il culto. Qualsiasi orgia compiuta alla presenza di Priapo e sotto la sua protezione, non poteva non possedere un carattere sacro.

Per la comprensione della nuova deità e per il rapido sviluppo del suo culto, era stata più che efficace la leggenda che aveva introdotto fra gli Dei il mostruoso patrono del germoglio vegetale e della fecondità animale.

Secondo la leggenda, riportata da Apollonio, Priapo era nato dal connubio di Adone e di Venere, la quale durante un viaggio di Bacco in India, si compiacque giacere col bellissimo suo amante. Ma Giunone, presa da gelosia, camuffatasi da vecchia e fingendo di dar aiuto a Venere nel parto, toccò con la mano avvelenata l'utero delta Dea partoriente e fece si che il fanciullo nascesse mostruosamente gobbo e col pene di smisurata grandezza. Venere, vergognandosi di un figlio così brutto, lo lasciò a Làmpsaco, nell' Ellesponto; ma, cominciando le donne di quella città a mostrare forte simpatia per quel Dio adulterino dal membro enorme, i mariti, gelosi, pensarono di scacciarlo. Furono però puniti da lui con una malattia che li umiliava innanzi alle mogli. Costretti così a propiziarselo, cominciarono a diffondere il suo culto, come protettore della forza sessuale maschile, sacrificandogli l'asino, che egli odiava perché gli faceva una temibile concorrenza per le proporzioni del suo membro.

Preceduto da questa leggenda e basato essenzialmente su di essa, il culto di Priapo aveva fatto il suo ingresso nell'Italia pre-romana, diffondendosi rapidamente.

Ed ecco che pelasgi, jonici, etruschi, sanniti, sabini, ernici, pompeiani, non costruiscono una casa, un monumento, un'opera d'arte, senza omettere il simbolo priapèjo, costituito da un fallo, che doveva mantenere propizia la potente virtù del Dio.

Nell'isola di Santorino (Egeo) é tuttora scolpito su un muro un grosso fallo sotto il quale è scritto: toij filoij, come un cordiale saluto augurale al passante che avrebbe potuto leggere anche a distanza di secoli.

Sull'Acropoli etrusco-pelasgica, che si erge in mezzo alla città di Alatri, nel Lazio, si osservano tracce di un emblema fallico in altorilievo, scolpito sull'architrave granitico di una delle porte. Sono tre falli poderosi: due posti, l'uno di fronte all'altro, in posizione orizzontale, e il terzo più sotto in posizione verticale, eretto fra le punte dei primi due! Che cosa esprime questo solenne emblema fallico se non un atto di culto verso il Dio Priapo, che doveva tutelare la città dall'invidia, spargere nelle campagne e negli orti la sua virtù fecondatrice e infondere in tutto il popolo un magnifico vigore sessuale affinché nascesse forte e numerosa la figliolanza? Costruita l'Acropoli, per difesa e per tempio, quale marchio più potente e augurale di un triplice fallo poteva suggellarla e consacrarla nei secoli?

Nell'Etruria e specialmente a Fiesole, il simbolo fallico trovasi di frequente sui muri e forse era scolpito su quasi tutte le case private, al pari che in innumerevoli opere d'arte giunte fino a noi. Emblemi fallici si scoprono molto spesso sugli antichi sepolcri di Volterra, di Castel d'Asso, di Chiusi, di Orvieto, di quasi tutte le città dell'Etruria.

Molti vasi rinvenuti a Tarquinia sono ornati con falli, in artistiche figurazioni, anche in atto di accoppiamento sessuale, con l'evidente intenzione di onorare a virtù di Priapo. Non mancano in Etruria nemmeno monumenti sepolcrali modellati sul tipo delle stele attiche e delle erme con la cima arrotondata, ad imitazione dei pali scolpiti trovati nello Yucatan.

Giovenale parla di un antico bicchiere di vetro, in forma di fallo, detto phallovitrobulus (Priapus ex vitro) che serviva per brindisi orgiastici e per cerimonie dionisiache.

La 94° tavola delle Antichità d'Ercolano mostra, dal canto suo, un fallo alato con la metà del corpo posteriore d'un cavallo. Quattro campanelle sono appese a questo fallo, forse per bizzarro ornamento, mentre la parte posteriore del corpo equino esprime con evidenza l'atto dell'erezione del pene. Un'altra tavola presenta ancora due falli alati con la parte posteriore di un leone nella stessa posa.

Gli scavi di Pompei attestano, in maniera più evidente il culto di Priapo, nell'epoca pre-romana. Il membro virile trovasi effigiato o appeso da per tutto a mo' di gingillo, in molti oggetti di uso comune, in pitture, statuette e ninnoli. Interessante, fra gli altri, il fallo scolpito su un pilastro che faceva parte di una casa della strada principale. Questo fallo, conservato interamente, misura la lunghezza di otto o nove piedi ed è certo una manifestazione del culto di Priapo, malgrado che parecchi abbiano ravvisata in quella strana asta inalberata, l'insegna di un lupanare che esisteva lì presso, allo svolto della strada. Anche le figure che adornano, artisticamente, le pareti delle cinque o sei camerette che formano l'accennato lupanare, non possono essere che manifestazioni di culto al Dio della fecondità animale, in un luogo che era quasi il suo tempio: manifestazioni di culto che ad ogni modo coprivano molto opportunamente le naturali intenzioni oscene dei frequentatori del luogo, dinanzi agli occhi dei censori e degli edili.

Attraverso questa deturpazione dell' antico principio filosofico-religioso, dovuta all'influsso del Dio Priapo, il culto fallico venne importato a Roma.

L'impronta della concezione pagana e il lato osceno già preponderante, avevano fatto obliare gran parte del puro concetto mistico dell'emblema.

Le feste Dionisiache, importate dall'Egitto e dalla Grecia e ripetute integralmente, si prestavano a meraviglia per lo sviluppo del culto fallico, in un senso prevalentemente lascivo e corrotto.

Nella coscienza popolare, in cui era già penetrato il significato profondo che legava il mito di Diòniso ai fenomeni della natura, l'idea mistica dell'emblema della fecondità e della forza generatrice, aveva trovato il campo più propizio per confondersi tenebrosamente e animalizzarsi in una sintesi pagana e assurda che divinizzava la forza sessuale, considerava culto l'atto osceno, attribuiva poteri misteriosi alla virtù divina manifestata nel fallo.

Soprattutto l'occulto potere posseduto dall'emblema priapéo, parve conquistare più rapidamente la coscienza superstiziosa dei Romani.

La falloforia e le altre cerimonie ithyfalliche anziché essere dirette, nell'intenzione, ad onorare ed a commemorare la divinità, parvero intese piuttosto ad uno scopo di propiziazione della virtù divina attribuita a Priapo, contro la potenza maligna delta gelosia e dell'invidia. Il fallo, portato su carri processionalmente, doveva, mediante i suoi occulti poteri, allontanare i malanni dalla campagna, dagli armenti, dagli uomini. Priapo non proteggeva che i suoi devoti e principalmente quelli che gli manifestavano maggiore e più assidua devozione.

Ed ecco che accanto alle manifestazioni collettive che avevano luogo nei baccanali, nei misteri, nelle frequenti falloforie, e, oltre i particolari riti assegnati alle Vestali (che conservavano anche il simbolo fallico fra le cose sacre!), s'era andato diffondendo un culto anche individuale, da parte di ciascun devoto, sicché Priapo, ben presto, venne ammesso fra gli Dei Lari. Il suo simbolo, detto fascinum, costituito da un piccolo fallo di legno, di osso, di ambra, di oro, portato indosso era il più potente amuleto che si potesse avere! Chi aveva con sé il fascinum, poteva contare con assoluta certezza sull'immunità da ogni malanno, specialmente dalla fascinazione, dalla jettatura, dalla gelosia, dagli invidiosi. Sotto questo aspetto, Priapo era principalmente, il patrono dei fanciulli e degli Imperatori, ma la sua azione benefica si estendeva alle donne, agli adulti, agli animali, agli orti.

La maggior parte delle alcove tenevano dipinto o appeso al muro, o collocato su una mensola, come gingillo, un fallo di discrete proporzioni che doveva rendere innocua l'invidia contro gli sposi, allontanare dal marito l'impotenza e la debolezza, dalla moglie la sterilità, e far generare forte e numerosa figliolanza.

Ai fanciulli ponevasi addosso l'amuleto rappresentato dal fallo; amuleto che, d'ordinario figurava coniato in una medaglietta o incluso nella bulla, piccolo astuccio, composto di due

lamine metalliche, rotonde, concave, simili a vetri d'orologio. Le bullae erano portate dai pueri ingenui fino a quando deponevano la toga pretesta, e dalle ragazze fino a quando andavano a marito. Bullae in forma di mezzaluna, di stelletta, di cuore, di fiore, erano preferite dalle fanciulle anche per civetteria, oltre che per difesa contro il mal d'amore. Ma non mancano prove archeologiche per far ritenere che le bulle fossero portate indistintamente anche dagli adulti e specialmente dalle donne.


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MessaggioOggetto: Re: IL CULTO FALLICO NELL'ANTICHITA'   Dom Giu 21, 2009 11:08 pm

Gli uomini, per garantirsi dal malocchio, portavano il fascinum, alla cintura, alle dita, al collo, inseparabilmente, al pari degli Imperatori che, nei trionfi di guerra, attaccavano al carro trionfale la potente bulla, o anche inalberavano su di esso il fallo riprodotto in legno o in metallo.

Ma più caratteristico e più diffuso era il fascinum portato dalle donne. Poiché Priapo difendeva dalla fascinatio, dal mal d'amore, dalla sterilità, dai cattivi matrimoni, il fallo, che era il suo simbolo anzi lo stesso Priapo, non doveva mai mancare al sesso gentile!

I Musei di Aquileja e di altre città, conservano ricche raccolte di questi curiosi gingilli, graziosamente riprodotti in osso, in legno, in ambra, in oro, che le donne romane portavano alle orecchie come pendenti, alle dita come anelli, ai polsi come braccialetti e più spesso legati al collo con una catenina.

Per proprio conto le donne, specialmente quelle che erano prossime a prendere marito, andavano alquanto più oltre nel culto del fallo. Ritirate religiosamente nel recondito Larario (Lararium), che non mancava ad alcuna casa, lontane dagli occhi indiscreti, esse ricorrevano alla potenza infallibile di Priapo, perché le assistesse e le preparasse al gran passo del matrimonio.

Nel Larario, il fallo, simbolo di Priapo, spiccava fra le altre divinità domestiche. Il raccoglimento del luogo facilitava ogni confidenza, accresceva la fiducia, spingeva a pratiche di fervente fanatismo. Talune, dopo aver inghirlandato di freschi fiori l'emblema di Priapo, giungevano a confidenze anche maggiori, fino a sedersi devotamente su di esso, come per offrirgli il proprio corpo e per facilitare ed attivare la sua potente virtù col più intimo contatto.

Sennonché, lateralmente a questo decadimento del culto fallico verso una forma quasi del tutto superstiziosa, era inevitabile che prevalesse anche la corrente oscena e sensuale, che, fin dal primo apparire del culto di Priapo, aveva inquinato il puro concetto filosofico-religioso degli antichi.

Molto influirono su questa decadenza il culto di Bacco e di Venere Ciprigna, con le frequenti feste e con i tenebrosi misteri; le strane e oscene solennità lupercali e la turba famelica delle meretrici di ogni bordo e di ogni colore che, affluendo da tutti i paesi conquistati, aveva infestata Roma.

Tutto ciò costituiva ormai l'ambiente e il quadro di sfondo del culto fallico.

T. Livio dice che la corruttela progrediva di pari passo con i Baccanali. Le Orgie notturne in onore di Bacco, dette Nittelie, erano frequentissime. Un sacerdote greco, predicando misteriose dottrine, aveva introdotto nei misteri bacchici, già per se stessi dissoluti, forme strane di sensualità, dando, così, larga diffusione al culto. Tali innovazioni attirarono molto il popolo e specialmente donne e giovani licenziosi.

Si cominciò a superare ogni limite.

Se le feste dionisiache diurne incitavano all'allegria, alla sfrenatezza, alla scurrilità, le notturne promovevano le forme di libertinaggio più oscene.

Il Senato, nel 186 ay. C., dovette anzi intervenire, impedendo tutte le feste bacchiche, per porre freno alle nefandezze che vi si commettevano. Ma sotto gli Imperatori, le orgie dionisiache furono ripristinate, con maggiore libertà e dissolutezza.

Priapo, preso ormai e concepito nella sua manifestazione fallica, trionfava. Esso costituiva la Deità scurrile e oscena, per la quale ogni forma erotica e lussuriosa pareva assumere un carattere sacro. Per il suo culto, quindi, tutto era permesso, mentre lo stesso Priapo presiedeva alle orgie e le accettava, infondendo e comunicando ai fedeli il suo potere misterioso.

Non v'era perciò alcun freno alle nefandezze; la lussuria aveva preso il posto della stessa religione, identificandosi e confondendosi con essa.

Dal canto loro, le antiche feste lupercali, promovevano nelle campagne ciò che le feste bacchiche facilitavano nelle città.

Le feste dei Luperci si celebravano in onore di Pane Liceo, Dio dei pastori della vegetazione, della germinazione, spesso confuso e identificato con Priapo. Queste feste parevano aver ereditato, in forma corrotta e volgare, il principio filosofico della “forza attiva della natura”:ad esse infatti veniva attribuita una segreta e misteriosa influenza sulla forza naturale e animale della procreazione.

Anche nelle lupercali si commettevano le più oscene stranezze. Fra l'altro, si scannavano capre, e dopo di aver toccato la fronte di giovanetti col coltello insanguinato, si tagliavano le pelli delle vittime in tante coregge che servivano poi da staffile per le donne. I luperci, nudi o coperti appena di qualche pelle di capra, correvano pazzamente staffilando le donne che accettavano le percosse di buon grado, ritenendo che facilitassero loro la gravidanza e il parto. A queste e ad altre strane pratiche veniva attribuita una misteriosa influenza sulle forze del mondo vegetale e animale: corruzione evidente dell'originario potere riconosciuto nel simbolo fallico.

Ma al completo decadimento del culto, contribuì in massima parte, la gamma delle meretrici di tutti i ranghi che infestavano Roma.

É facile comprendere sotto quale aspetto, queste fameliche sacerdotesse di Venere, intendessero il culto fallico, e quale reale intenzione dessero al simbolo di Priapo. I lupanari abbondavano di queste figure; ma nessuno ha stentato a vedere in esse altro significato all'infuori di espressioni oscene e lubriche. II fallo pareva diventato l'emblema del meretricio, tanto che una categoria di prostitute, dette alicariae, che adescavano i passanti sulle porte dei fornai, offrivano ad essi una speciale focaccia detta coliphium, fatta in forma di membro virile. Era come la caratteristica tessera che le faceva riconoscere ed entrare in rapporto con gli avventori.

Un'altra categoria di meretrici, le lupae, esercitavano il loro mestiere per le campagne e per i boschi, forse al seguito dei luperci: esse attiravano i carrettieri, i contadini, i boscaioli con un ululato caratteristico che aveva loro procurato il nome di lupae, e, in antri rocciosi o in capanne, che costituivano i templi di queste Deità boscherecce, esercitavano il culto del loro Priapo o Pane, di cui parevano assumere le funzioni di sacerdotesse.

Quelle di alto bordo, invece, cariche di oro e di pietre preziose, simulando esagerata superstizione, ostentavano l'emblema fallico d'oro o di ambra, che in realtà rappresentava la loro efficace insegna.

A tanto venne avvilito in Roma il culto del «principio attivo dell'Universo e dell'e Emblema della fecondità».

Perduta l'idea della concezione filosofica, sorpassati i limiti in cui il culto poteva trovare una giustificazione nel simbolo o nella leggenda mitologica, la sentina delle corruttele e delle oscenità, che s'era prodotta in Roma, aprì la degna tomba a tutte le cerimonie dionisiache e priapee, mentre a cancellare e a diradare i misteri oscuri e licenziosi delle divinità pagane, si levava già l'alba pura e immacolata del Cristianesimo.

Sono giunti fino a noi, e perdurano tuttora, notissimi a tutti, non pochi residui del culto fallico specialmente sotto l'aspetto superstizioso; ma – tranne che in India - ogni idea del culto come si svolse in Egitto, in Samotracia, in Grecia, nell'Ellesponto, a Roma, è completamente perduta.

Appena é stato possibile compilare, con lunghe e pazienti ricerche, la presente monografia riassuntiva.

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MessaggioOggetto: Re: IL CULTO FALLICO NELL'ANTICHITA'   Oggi a 1:12 am

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