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 Cartimandua e Boadicea

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g0rka
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MessaggioOggetto: Cartimandua e Boadicea   Mar Feb 10, 2009 8:29 pm

Le fonti latine e greche che si occupano della società celtica insistono sul ruolo di primo piano giocato dalle donne, come pure sulla profonda dignità ed il disprezzo di ogni forma di limitazione della libertà personale che esse condividevano con i propri uomini.

Il ruolo attivo di queste figure, anche in contesto bellico, è ben lungi dall’essere un mero topos letterario volto a sottolineare la differenza con la contemporanea corruzione dilagante tra le matrone romane: di almeno due di queste “eroine” conosciamo, più o meno esattamente, i ruoli e le circostanze che le videro impegnate nel confronto con il potere romano, con logiche ed esiti del tutto divergenti.

Cartimandua fu regina e animatrice della confederazione delle tribù dei Briganti, che erano stanziati nel nord dell’Inghilterra. Sin dal secondo tentativo di invasione Romana, avvenuto nel 43d.c., sotto l’impero di Claudio, ella si fece promotrice di una linea di cooperazione con l’invasore, nel tentativo di arginarne, per quanto possibile, la forza distruttrice: strinse un patto d’alleanza con il generale Plauto, in cui si impegnava a garantire la sua neutralità in caso di rivolte contro i Romani, ma la sua fedeltà si spinse ben oltre. Quando nel 50 d.C., una parte dei Briganti si schierò con il ribelle Caractaco, la sua condotta filo-romana contribuì a salvare l’intera tribù dalla vendetta dell’aquila imperiale ed ella, perseguendo la sua strategia, non si fece scrupolo a consegnare lo stesso ribelle che, una volta sconfitto, aveva chiesto asilo presso di lei. Il gesto, clamoroso soprattutto se rapportato alle consuetudine celtiche sull’ospitalità, dovette essere sentito come un vero tradimento (Caractaco fu portato a Roma e mostrato nel trionfo come una bestia rara) ma valse alla regina la possibilità di mantenere il controllo dell’Inghilterra del nord. L’amicizia dei Romani, d’altra parte, garantiva una protezione di cui Cartimandua avrebbe avuto, di lì a poco, veramente bisogno.

Il suo ruolo di regina indipendente, infatti, non le aveva risparmiato la scelta di un consorte che ella aveva individuato in Venuzio (Venutius), uno dei più valenti capi dei Briganti. Il matrimonio, ovviamente poco più che un’unione di comodo, era destinato a naufragare: Venuzio trovava inaccettabile il ruolo marginale in cui la potente consorte lo aveva relegato, tanto più che egli era fautore di una linea di condotta ostile all’elemento romano. Il dissidio tra i due coniugi scoppiò a causa dei continui amanti di Cartimandua che, esasperata dalle lamentele del marito, arrivò a cacciarlo da corte e a sostituirlo, come legittimo marito, con l’amante di turno Vellocato (Vellocatus). Sul conflitto che nacque tra i due sposi (69 d.c.), l’unica fonte attendibile è lo storico latino Tacito che ne tratta sia nelle Historiae sia negli Annales, con due ottiche diverse: in Hist. III,45 le cause del conflitto sono rapportate al “traviamento” di Cartimandua che avrebbe scatenato le ostilità solamente per la propria passione per un altro uomo (tradendo tralaltro - come è facile notare - quell’immagine di fedeltà e dedizione che la storiografia romana aveva “incollato” alle donne dei Celti); viene inoltre fatto trasparire tra le righe che il popolo, stanco di essere soggetto ad una donna, era per lo più favorevole a Venuzio e che, solo in virtù dei meriti nei confronti di Roma, le legioni imperiali accorsero a salvare la regina in difficoltà.

In Ann. XII,40, invece, l’attenzione dello storico latino si sposta sul pericolo di una prevalenza del partito anti-romano di cui Venuzio si faceva promotore, e sulla conseguente necessità di sostenere l’alleata di sempre. Vengono inoltre narrati particolari che esaltano l’audacia della regina che, come apprendiamo, arrivò a prendere in ostaggio diversi membri della famigli dell’ex-marito per indurlo a desistere dallo scontro.

L’immagine di Cartimandua, delineata da Tacito, dunque, appare caratterizzata, nel bene e nel male, da quelle capacità politiche e diplomatiche che colpivano profondamente gli antichi, essendo tradizionalmente considerate appannaggio solamente degli uomini e che, se presenti in una donna, erano oggetto di un giudizio in bilico tra stima e condanna.

Con la figura di Boadicea, regina degli Iceni e leader della rivolta anti-romana nel 61 d.C., ritorniamo nel solco della tradizione storiografica sulle donne celtiche: le abilità, tutte diplomatiche, di saper sfruttare a proprio vantaggio la perdita della libertà, cedono di nuovo il passo all’insofferenza e all’aperta ribellione.

Il re degli Iceni Prasutago aveva designato eredi in parti uguali del proprio regno le due figlie e l’imperatore Nerone, sperando di mettere così al sicuro la sua discendenza da ogni tentativo di conquista violenta e vessazione da parte dei Romani o di qualche altro pretendente indigeno. Quest’atto - peraltro assi comune all’epoca - non sortì, però, l’effetto voluto: alcune milizie romane devastarono i suoi possedimenti, la moglie Boadicea e le figlie vennero percosse e violentate e seguirono confische a danno di tutti i maggiorenti. Sobillata dall’ultima di una serie di palesi soprusi, stanca della vessazione fiscale e della prepotenza dei legionari, una confederazione di Iceni e Trinobanti scelse la via della rivolta. Elemento catalizzatore del movimento dei ribelli fu proprio Boadicea , emblema vivente dell’abuso dei nemici, e membro attivo degli stessi episodi bellici: il ritratto che ne fa Tacito la mostra impegnata a correre su di un carro tra la schiera, arringandoli, come il migliore dei generali, il proprio esercito. Il discorso, riportato in forma indiretta, si impernia sull’enormità del delitto commesso contro di lei e contro e le figlie, la cui onta può lavarsi solo nel sangue e che costituisce l’ennesima riprova dell’impossibilità di convivere pacificamente con l’invasore; viene contemporaneamente posto l’accento sul carattere difensivo del conflitto stesso perché ella cerca vendetta, non la possibilità di conquistare un territorio dove poter regnare: coloro che vorranno seguirla, si prenderanno l’incarico di difendere una vedova non di servire una regina (accenno alla figura di Cartimandua?).

La logica di Boadicea si dimostrerà – come è noto- inefficace, ma la sua rivolta, come sappiamo da altre fonti, fece tremare Roma perché mostrava la concreta possibilità di realizzazione del peggior incubo dei dominatori: un sollevamento di tutti i Celti che, superati, in nome di valori comuni, i conflitti e le faide locali, avrebbero potuto spazzare via in un attimo la dominazione straniera.


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