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 LA ROSA: dal culto di Afrodite a quello di Maria

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g0rka
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MessaggioTitolo: LA ROSA: dal culto di Afrodite a quello di Maria   Dom Set 07, 2008 7:48 pm

Rosa, rosae, rosam... leggono volenterosi tutti gli studenti che per la prima volta s'accostano al latino, rosa, rosae ripetono quando vogliono ripassare, salvo poi arenarsi alla pagina successiva, quando iniziano le eccezioni grammaticali.

Non a caso il termine "rosa" è forse uno dei più semplici: prima declinazione, femminile, riferito ad un "nome comune di cosa" universalmente noto, uno dei pochi termini usati in tutte le lingue indoeuropee, che ha fatto pensare ad un sostrato comune risalente addirittura al IV millennio a. C. E non basta: nella lingua originaria iranica "vareda", da cui l'armeno "vard", significa semplicemente fiore, vale a dire appunto "il fiore" per eccellenza. E ci sono due assonanze poetiche: ros, roris in latino è la rugiada, mentre ros nell'antico idioma celtico che il dialetto piemontese ha fedelmente conservato, significa ghiacciaio. Il monte Rosa, infatti, non s'arrossa al tramonto più di qualsiasi altra cima innevata, ma ha conservato la memoria di quest'antico modo di definire i picchi di ghiaccio.

La rosa dunque, il più comune fiore europeo, presente con circa 150 specie, varietà ed ibridi, nasce e cresce in associazione con l'elemento acqua in tutta la sua pienezza, dalla rugiada del mattino ai ghiacciai delle alte vette. Quasi in armonia col proprio nome è una pianta colonizzatrice, cioè vive anche nella roccia, le bastano il sole e l'acqua, sono le sue radici stesse a creare a poco a poco la terra fertile, che giova anche alle altre specie.

Passando dalla rosa selvatica a quella coltivata le cure necessarie ad una buona fioritura aumentano, ma questo solo perché appunto si desidera un fiore artefatto, di colore, dimensioni, profumo diversi da quelli originari... il roseto in se', con le sue caratteristiche foglioline tondeggianti e le spine, resta una pianta rustica, che non teme i rigori dell'inverno ed affonda coraggiosamente le radici in cerca d'acqua nella calura estiva.

Il primo a parlare con tutta naturalezza della rosa, anzi, d'olio di rose per massaggi, è Omero nell'Iliade, canto XXIII, verso 186: è il culmine delle tragedia, Achille ha ucciso Ettore e minaccia di gettarlo in pasto ai cani, ma non avviene perché:

"... i cani li teneva lontani la figlia di Zeus, Afrodite

di giorno e di notte, l'ungeva con olio di rose,

ambrosio, perché Achille non lo scorticasse tirandolo..."

Fin dal suo primo apparire dunque la rosa per eccellenza, cioè quella coltivata, detta a cento petali (i botanici però non son mai riusciti a contarne più di sessanta!) è collegata col culto d'Afrodite, dea dell'amore, che con la sua presenza rabbonisce i cani, perché prima ancora di suscitare il desiderio amoroso, ella sa placare ogni tipo di turbamento in ogni essere vivente, compreso il mare.

Secondo la leggenda più antica Afrodite Urania nasce appunto dalla spuma del mare, sul quale conserva potere assoluto e vive per fecondare la terra.

Esiodo descrive la sua nascita nella Teogonia: "...in quella schiuma (del mare) si formò una fanciulla; ella stette dapprima nella sacra Citera, e quindi andando via di là giunse a Cipro circondata da flutti; così venne fuori una dea piena di grazia e di fascino ed attorno a lei cresceva l'erba sotto ai piedi ben fatti..."

Le testimonianze storico archeologiche sono un po' diverse: gli Assiri furono i primi a venerarla, poi approdò a Paphos, nell'isola di Cipro, che resta per tutta l'antichità il centro di culto più importante e ad Ascalona fenicia, dove tuttavia si confonde col culto tributato ad Astarte, cui era sacra non già la rosa, ma l'ortica ed infine approda, quasi contemporaneamente, ad Atene ed in Palestina.

Omero però la chiama figlia di Giove, perché c'è un'altra Afrodite, figlia di Zeus e di Dionee, che ha l'appellativo di Pandemia perché è la Dea di tutti e la suscitatrice dell'amore universale.

Il concetto di doppio è comune alla mitologia greca, basta pensate ad Elena di Troia, ai gemelli Paride-Cassandra, all'ambiguo rapporto fra Apollo solare e Dioniso notturno... in realtà si tratta di esemplificare la doppiezza che giace in ciascuno di noi, le opposte facce di uno stesso potere.

"Afrodite" dice un frammento di Sofocle "non è Afrodite soltanto, ha tanti nomi: è morte, è forza, è frenesia furiosa, è desiderio, è gemito..."

A Roma, prima che l'espansione territoriale facesse conoscere i fasti d'Oriente, "Venus" era addirittura uno spirito asessuato, che fecondava e proteggeva gli orti. Al centro del giardino, che per i romani era interno alla casa, si piantava in suo onore un grande alloro, un roseto e poi menta, mirto e rosmarino; si riteneva che in mezzo ad essi vivessero durante il giorno i "lares familiae" cioè le divinità tutelari della casa, che uscivano in giardino alle prime luci dell'alba e rientravano nelle loro statue al tramonto.

Più tardi Venere imperiale ereditò appieno gli attributi della sua antenata greca, ma fu legata sempre più strettamente alla rosa coltivata ed ai valori della fecondità domestica che alla libido propriamente detta.

In che cosa consisteva il suo culto?

Probabilmente nell'esercizio del ballo, una forma molto affine all'attuale danza del ventre, e nell'apprendimento dei segreti del sesso, che era praticato ritualmente all'aperto; certamente era escluso ogni tipo di sacrificio cruento perché la Dea aveva in orrore il sangue, il suo altare non era mai stato profanato dalla morte e si narra che nei suoi giardini non volasse mai alcun insetto molesto.

Purtroppo sono solo leggende, perché il mare da cui la bella Dea è nata è molto inquieto ed il tempio di Paphos fu distrutto più volte da terremoti, tanto che oggi non restano più reperti sufficienti ad una ricostruzione esatta dei cerimoniali.

Per avere una descrizione accurata dei giardini d'Afrodite dobbiamo dunque aspettare il VI sec. a. C. con le intramontabili parole di Saffo, la poetessa greca che dirigeva un tiaso, connesso appunto al santuario della Dea da un sacro giardino:

..."da Creta a questo tempio

divino: v'è un bosco gentile

di meli, are vaporano d'incensi.

L'acqua fredda risuona fra le rame

del melo e la radura è un'ombra

di rose. In un palpito di foglie

cola sopore.

Nei pascoli prativi, fioriture

di primavera: spira un alito

di finocchi, soave..."

Pochi sanno, infatti, che il melo, uno dei più noti esponenti della famiglia delle rosacee, era sacro alla Dea e che il suo frutto n'era addirittura considerato un'epifania. Nel giardino di Saffo c'era però anche un melograno, che si diceva piantato da Afrodite stessa, e poi cerfoglio, meliloto, finocchi salvia e viole.

La viola mammola viene, infatti, associata alla rosa nella confezione di corone ed è citata già da Pindaro (ditirambo II v.24-25) di qui e non già da un'immagine reale, Leopardi trasse la famosa "donzelletta che vien dalla campagna col mazzolino di rose e di viole", anche perché nei nostri climi le viole fioriscono da febbraio ai primi di marzo, mentre per le rose bisogna attendere maggio inoltrato.

Nel V sec. Erodo parla già della rosa a cento petali come di un fiore comune e racconta come fosse coltivata con successo nei giardini del mitico re Mida, in Macedonia. Le "Georgiche" di Nicandro completano la notizia dicendola originaria del monte Bermios, nel Caucaso orientale, sul quale le famiglie greche, in primavera ed in autunno, facevano scampagnate per procurarsi le talee. In effetti, ancora oggi nel Kurdistan questa rosa cresce assolutamente spontanea. Di qui dunque è penetrata in Asia Minore e poi in Grecia da una parte, in Mesopotamia, Siria e Palestina dall'altra.

Per tornare al nostro re Mida, Erodoto racconta che presto lasciò la città di suo padre e si stabilì in Tracia, poi nell'Edonia e nell'Emazia, sempre con le sue rose sottobraccio, fino a fissare la propria dimora e soprattutto i suoi prestigiosi giardini ai piedi del monte Bermios... ed ecco che storiografia e leggenda coincidono.

Siamo circa nel V a. C.: ben presto la grossa spinta della colonizzazione ellenica porterà la rosa in tutto il Mediterraneo, soppiantando rapidamente, o almeno mettendo in secondo piano, gli altri più antichi fiori sacri: il giglio ed il fior di loto. Legata come s'è detto al culto di Venere, dea di fecondità e delle acque, la rosa fu impiegata largamente nel suo culto e collegata fin dapprincipio all'amore ed al benessere intesi quasi in senso moderno, vale a dire come beni in se' e non soltanto per ottenere la fecondità.

A questa "modernità" della rosa va aggiunto il suo "portamento arbustivo" che la rende più facile da coltivare e più adatta del giglio e del loto ad essere intrecciata in corone, le grandi protagoniste dei culti antichi, nonché lo straordinario colore. Se prestiamo fede alle testimonianze dei greci, infatti, la rosa selvatica era bianca e rosa pallido, mentre il meraviglioso rosso rubino è attributo naturale della rosa centofoglie.

Duemilacinquecento anni di coltivazione, seguita da periodi di rimboscamenti come il medioevo e da intensivi spostamenti di popolazioni, invasioni o colonizzazioni che dir si voglia, hanno parecchio complicato questo schema iniziale... se pure tale è stato, ed oggi le rose sono un po' di tutti i colori, anzi già gli antichi Romani non facevano più distinzione, se non appunto fra rosa selvatica e rosa coltivata.

In origine però qualche cosa di vero ci dev'essere stato e sembrò naturale pensare che il colore rosso, così nuovo sugli altari dopo il biancore dei gigli e del loto, fosse dato dal sangue della Dea o del suo amante, Adone.

La storia è nota: Adone era un dio Orientale secondo alcuni, un bellissimo giovane secondo altri, conteso tra Afrodite e Semele e costretto pertanto da Giove a dividersi tra loro. Marte però, geloso, gli aizza contro un cinghiale e qui i pareri sono discordi, perché taluno vuole che Venere lo nascondesse in un cespuglio di rose selvatiche, candide, che s'arrossarono col sangue del giovane, altri che invece ella stessa, accorsa in aiuto, rimanesse impigliata in un cespuglio di rose, tingendole, mentre Adone a terra, nutriva del suo sangue gli anemoni.

In ogni caso i fiori, fino allora canditi, trassero il loro colore da questa disgrazia.

Rose bianche, rosse, rosa... un po' trascurate, quest'ultime, non se ne parla mai, penetrarono dunque in Magna Grecia e risalirono rapidamente la penisola, acclimatandosi tanto bene in Sicilia, che nacque la leggenda delle origini siciliane, mentre nei giardini di Paestum furono sottoposte ad una vera e propria coltivazione intensiva, compreso il trucchetto di tenerle a riparo dal vento e bagnarle con acqua calda per ottenere fioriture invernali.


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MessaggioTitolo: Re: LA ROSA: dal culto di Afrodite a quello di Maria   Dom Set 07, 2008 7:49 pm

Quando neppure i giardini di Paestum fornivano più rose, s'importavano dall'Egitto, dove ormai il loto era del tutto trascurato a favore di quest'ultima.

Plinio per primo ci descrive con vivezza di dettagli la coltivazione della rosa, consigliando di ricorrere alle talee perché seminando in modo tradizionale bisogna attendere troppo; ormai si conoscono diverse specie: Campania, Prenesto, Mileto, Trachinia Alabanda producono fiori di tonalità e profumi leggermente diversi e c'è solo l'imbarazzo della scelta. Sempre Plinio riferisce anche l'abitudine d'ergere a divisione della proprietà curiose palizzate di rose selvatiche piantate in due solchi affiancati, al centro dei quali si sistema una rete di vimini bene intrecciato per far arrampicare le giovani piante, Plinio ne raccomanda caldamente l'uso, affermando che neppure il fuoco può distruggerle!!!??? Affermazione di per se' un po' esagerata, ma in qualche modo supportata da un uso analogo del biancospino da parte dei giardinieri d'oltralpe e dalla credenza medioevale che tali barriere naturali tenessero lontani gli spiriti cattivi... Probabilmente alla resistenza naturale della barriera di spine era unito il "potere" di cui si riteneva dotata la pianta.

Nei giardini domestici dell'antica Roma in ogni caso insieme alla rosa si coltivava il giglio, già sacro a Giunone per essere derivato dal suo latte e ritenuto pertanto dotato di un gran potere salutare e ricostituente, il papavero, che invece resta legato a Venere perché è il fiore dell'oblio, il fiordaliso e naturalmente il mirto che Dioniso, nell'oltretomba, aveva usato per riscattare la propria madre e da allora s'era guadagnata la "patente" di fiore matrimoniale, conservata tenacemente fino a tutto il rinascimento.

A che cosa servivano tutti questi fiori?

Innanzi tutto ad intrecciar corone, dono di Giano agli uomini, il cui uso rituale era severamente regolamentato, pare addirittura che in epoca repubblicana ne fosse proibito l'uso profano: dovevano servire soltanto ad onorare gli Dei ed a celebrare matrimoni.

L'impiego di corone di rose non era comunque riservato a Venere: ce ne sono notizie nei rituali di Cerere, nella festa primaverile dedicata a Flora, nelle processioni come nei banchetti dionisiaci. Questo anche perché si riteneva che il profumo di rosa combattesse efficacemente i fumi dell'alcool, e qui bisogna aggiustare il tiro dei pretesi lussi irragionevoli della tarda latinità e prendere invece in considerazione il fatto che forse s'erano intuiti i principi dell'attuale terapia di Bach e si confezionavano corone, collane ed interi letti di rose per aspirarne in pieno il balsamico profumo.

La rosa, infatti, è un eccellente tonico ed astringente; anche oggi è riconosciuto il suo valore nella cura delle emorragie, tisi e tumori della pelle. Nell'antichità l'olio di rose era usato sia per imbalsamare i morti (come appunto narra Omero nell'Iliade) che per lucidare il legno pregiato con cui erano costruiti molti idoli. Per ottenerlo si faceva bollire del giunco aromatico in olio d'oliva, si agitava bene e si versava sui petali di rosa opportunamente seccati. Si lasciava in infusione un giorno ed una notte e si filtrava il tutto, conservandolo in vasi prevalentemente unti di miele.

In modo analogo si otteneva il vino ed il miele alle rose; Ippocrate però preferisce spremere il succo di petali freschi direttamente nel miele ed esporlo poi per una quarantina di giorni al sole.

Dai petali opportunamente seccati si ricavava inoltre una polvere deodorante chiamata "diapasma", che era usata come talco dopo il bagno caldo e prima di quello freddo. Plinio ci parla di un profumo ottenuto mescolando, sempre in olio d'oliva, fiori di rosa, zafferano cinabro e giunco deodorante... in realtà non era un profumo, ma un unguento profumato, infatti, non si sapevano ancora distillare le essenze.

In cucina si faceva grande uso d'insalate di rose, soprattutto come "intermezzo" fra una portata e l'altra quando si beveva troppo; molto quotato era anche il paté alla rosa.

Con questa patente di "fiore della salute" entrò quasi indenne nella civiltà cristiana.

Effettivamente in principio certi lussi furono un po' limitati, nessun'esibizione di corone, nessun letto di rose e persino qualche critica all'abitudine d'ornar di fiori le tombe, perché, come osserva acuto Minuzio Felice, "se i morti sono in pace non sanno che cosa farsene e se sono dannati non possono gioirne", ma poiché nonostante il Cristianesimo nascente, la rosa continuava ad essere tonica, astringente e stimolante, fu coltivata in tutti i chiostri ed un capitolare di Carlo Magno ne impone la cura anche alle ville private. Più o meno in questo periodo la sua cultura s'estende anche all'Inghilterra ed alla Germania, con discreto successo, nonostante i rigori del clima. Non dimentichiamo, infatti, che il chiostro diffonde in tutt'Europa l'uso romano del giardino centrale rispetto alla casa, in cui le pareti ed i colonnati costituiscono un'efficace protezione naturale per le piante durante la cattiva stagione.

La rosa rossa, insieme al giglio, diventa parte integrante del culto mariano... ma non basta. La famosa leggenda del sangue d'Adone era troppo bella per non applicarsi anche al Sangue di Cristo!

Nel V sec. S. Girolamo scrive all'amico Eustachio: "Il sacrificio d'un cuore puro è un martirio, esattamente come l'effusione del sangue per confessare la propria fede; attraverso questa s'intreccia una corona di rose e di violette, con la prima una di gigli" Sempre Girolamo, in un'altra lettera, spinge il simbolismo più a fondo, associando le vedove alle violette, i gigli alle vergini, le rose ai martiri... e d'altra parte sant'Agostino, tanti anni prima, aveva già parlato dei fiori vermigli che incoronavano i martiri!

Oggi siamo mille miglia lontani da questo tipo di sensibilità ed è necessario fare un passo indietro per renderci conto di quello che doveva essere il sangue nella mentalità medioevale, anzi, nel cristianesimo nascente che aveva visto con orrore i fasti di Roma da una parte e le spietate esecuzioni dei primi cristiani dall'altra. La reazione tuttavia non poteva essere di rifiuto totale, dato che Cristo appunto, secondo l'insegnamento apostolico, ci aveva riscattato col proprio sangue.

Ecco dunque che Sant'Ambrogio e Tertulliano respingono fieramente i funerali pagani e l'offerta di fiori sulla tomba, ma sono sostanzialmente legati ad un concetto sacrale del sangue che sfiora la superstizione. Non è più soltanto il sangue di Cristo, che ci ha redento, ma ad esso si affianca quello dei martiri, in un lavacro di sofferenza che purifica, in antitesi coi bagni di pulizia dei pagani, che non riescono a cancellare i peccati.

In questo discorso ambiguo e pericoloso, che apre il Medioevo ad un continuo confronto con la morte violenta ed alla relativa familiarità con l'effusione di sangue, il concetto già pagano della rosa tinta dal sacrificio d'Adone acquista una straordinaria forza ed intensità.

Si è detto molto, forse troppo, sui legami fra il culto di Cristo morto e risorto ed i miti di resurrezione mediorientali legati ai culti agrari della primavera, con Attis, Adone, Osiride... di solito si dimentica il mito germanico di Bälder, il Dio che muore per sbaglio e non risorge più, se non per vendicarsi nella gran battaglia dell'ultimo giorno. La sensibilità medioevale, figlia di una società guerriera e nomade, convertita da poco e male ai valori del Cristianesimo, doveva essere più vicina a quest'ultimo, che non ai primi.

Questo forse spiega perché il culto della passione e delle piaghe del Signore trascende abbondantemente quello della Resurrezione ed il calendario cristiano vede, dopo le feste di Pasqua, riproporre pian piano il culto della sofferenza del Cristo eternizzata ed assolutizzata, con un mese di giugno dedicato al Sacro Cuore ed uno di Luglio dedicato al Preziosissimo Sangue. Non a caso la pietà medioevale, che si esprime concretamente attraverso i grandi movimenti degli ordini minori, senza dei quali probabilmente la chiesa sarebbe stata spazzata via dalle eresie, mette l'accento sul valore salvifico dell'accettazione della sofferenza in se', come mezzo di redenzione personale immediata, indipendentemente dalla speranza di resurrezione finale. San Francesco propone il culto di Cristo crocifisso più intensamente di qualsiasi altro, fino a produrre in se' quelle piaghe, ma quando va a San Subiaco e in segno di penitenza, secondo il suggerimento di S. Benedetto, vuole rotolarsi tra le spine, queste si coprono di splendide rose purpuree.

I fedeli che non arrivavano a questo tipo d'eroismo dovettero comunque attingere dal suo esempio un diverso atteggiamento nei confronti della sofferenza. Giugno e luglio sono anche oggi i mesi più duri del lavoro dei campi ed allora erano anche i più pericolosi per le incursioni militari, perché il bel tempo facilitava gli spostamenti per mare e l'attraversamento delle Alpi. Luglio in particolare è il mese terribile in cui i crociati hanno vissuto le pagine più scottanti della propria storia... Ecco dunque che in queste estati infuocate del medioevo, quando la vista del sangue era esperienza quotidiana, mentre la speranza di Resurrezione era un concetto difficile e lontano, l'idea che i fiori rossi ed i particolar modo la rosa, potessero essere tinti di sangue diventa improvvisamente un concreto messaggio di speranza. Non più tinta del sangue d'Adone, di cui nessuno si ricordava più, ma direttamente da quello di Cristo, la rosa appariva, infatti, bella e profumata, veicolo di salute non solo mistica, ma anche fisica, perché dotata di proprietà curative.

Questo spiega dunque lo strano discorso di Girolamo, che a tutta prima sembrerebbe in contrasto coi dettami d'Ambrogio e Tertulliano, ed anche la straordinaria fortuna di un fiore che era stato indicato come simbolo della più sfrenata libidine ed ora entra di diritto in Chiesa.

In una famosa "Homelia in Evangelia" lib. II, cap. 38 San Bernardo dà voce ed autorità alle credenze popolari in merito:

"... contemplate questa divina rosa, dove la passione e l'amore si disputano il privilegio di donarle il suo splendore ed il colore di porpora. Questo non può venirle che dal sangue che cola dalle piaghe del Salvatore... come durante una notte fredda la rosa resta chiusa e s'apre il mattino, ai primi raggi del sole, così questo delizioso fiore che è Gesù Cristo sembra chiudersi nel freddo della notte dopo il peccato del primo uomo e quando viene la pienezza dei tempi sboccia al sole dell'amore. Tante piaghe sul corpo del Salvatore, altrettante rose! Guardate i suoi piedi e le sue mani, non vi scorgete forse delle rose? Ma guardate soprattutto la piaga del suo cuore aperto! Qui c'è proprio il colore della rosa, perché l'acqua è colata col sangue quando la lancia ha perforato il costato!"

Un vecchio Lied tedesco, cantato un tempo anche in Olanda ed in Svezia, narra la curiosa storia della figlia del Sultano, che cogliendo i fiori all'alba nel giardino di suo padre e trovandoli brillanti di rugiada nella prima luce, leva il cuore al Creatore in una preghiera di ringraziamento per colui che li ha creati. Adora senza conoscerlo e senza neppure sperare di vederlo... ma la notte seguente, a mezzanotte, Gesù stesso le appare come un bel giovane e si presenta come "Signore dei fiori", offrendole in dono di fidanzamento una corona di rose vermiglie. Il canto, bello e strano, non si conclude per nulla, come ci aspetteremmo, con la morte della fanciulla, ne' con la sua conversione, ma indugia semplicemente sul parallelo sangue=rose, vedendo nelle rose stesse un veicolo di salvezza.

La Chiesa è pronta a cogliere questi spunti e ad incanalarli verso un culto ordinato e quotidiano, al riparo dagli slanci mistici che sfiorano sempre l'eresia. Ecco dunque che l'Ascensione e la Pentecoste, feste mobili, ma certamente tardo primaverili, diventano delle vere e proprie feste di rose e nel XIV secolo la chiesa di Santa Maria della Rotonda di Roma, installata nientemeno che in un vecchio ninfeo della villa di Domiziano, inaugura il campanile romanico con un prestigioso lancio di rose per la Pentecoste, simbolo evidente dello Spirito Santo. L'idea piace moltissimo soprattutto ai Francesi e presto le città di Rouen, Lisieux, Senlis, Orléans e Tours s'attrezzano per imitarla. Chi non può effettuare il lancio fa gettare le rose in terra, pavimentando letteralmente la chiesa e libera invece per l'occasione degli uccelli (preferibilmente colombe, un tempo sacre a Venere, ma ora simbolo invece di pace fra cielo e terra).

In italiano e spagnolo l'espressione "Pasqua delle rose" sostituisce appunto quella più tecnica di Pentecoste. Rose son legate al culto di San Marco 25 aprile: questa volta si racconta che il miracolo è stato compiuto dal sangue di un crociato, San Giovanni evangelista, 24 giugno, San Pietro 29 giugno.

Per la Festa del Santissimo Sacramento era previsto in origine (Caerimoniale episcoporum lib. II cap. XXXIII) una pavimentazione di fiori per tutto l'itinerario seguito dalla processione, corone di rose per i portatori e lancio di foglie di rose al momento dell'adorazione del Santissimo. Una miniatura di un messale francese del XV secolo mostra la confraternita degli orefici di Notre-Dame-du Val a Provins che assistono alla processione con ghirlande di rose al collo, secondo l'attuale costume awaiano.

Insomma la rosa ed in genere i fiori invadono le chiese.

Con poca fantasia, però.

Come Roma imperiale il Medioevo conosce soltanto rose selvatiche e coltivate, senza ulteriori descrizioni e gli erboristi raccomandano, ove si può l'uso delle seconde, perché dotate di maggior virtù curative... oggi si dice esattamente il contrario, ma nel frattempo sulla coltivazione sono cambiate molte cose.


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MessaggioTitolo: Re: LA ROSA: dal culto di Afrodite a quello di Maria   Dom Set 07, 2008 7:49 pm

Tra il medioevo ed oggi, infatti, s'apre la grand'avventura del rapporto con l'Oriente. Può sembrare strano che la coltivazione di un fiore anticamente legato a Venere, Astarte e Cibele, le dee della lussuria contro cui la Bibbia s'è tanto a lungo scagliata, trovi vigore e respiro nella terra del Profeta, dove le donne sono tenute anche oggi a vivere segregate, ma in realtà il nostro atteggiamento nei confronti dell'Islam pecca gravemente di pregiudizi e cattiva informazione.

Mentre i nostri mistici discutevano sull'opportunità di coltivare rose, o di onorarne la memoria dei defunti, in Oriente si fa largo a grandi passi l'imperialismo arabo, che neppure per un istante pensa di bollar col nome di peccato le belle abitudini di pulizia e di benessere degli antichi romani, anzi, con quella grinta speciale dei nuovi ricchi, anela ad un segno tangibile di ricchezza, che lo riscatti degli anni di nomadismo nel deserto.

La dimora aristocratica monofamiliare, di derivazione romano-imperiale, ampiamente diffusa in Siria ed in Palestina, diventa sempre più lussuosa ed i giardini interni, guarniti di splendide fontane, sono a tutti gli effetti il centro della casa e s'arricchiscono di piscine e di voliere zeppe d'uccelli esotici (pare che tra l'altro gli uccelli avessero il compito di purificar l'aria dagl'insetti, mentre pesci e piccole piante impedivano all'acqua d'imputridire negli spazi troppo piccoli per creare una corrente) Accanto alle erbe officinali ed agli alberi da frutto, si coltivano sempre più spesso fiori rari ed essenze pregiate, primo fra tutti il gelsomino, a cui sono riconosciute virtù terapeutiche ed afrodisiache.

La rosa è la grande protagonista di questi giardini; in Persia, dove è di casa, nasce la leggenda dei suoi amori con l'usignolo, vicenda talvolta drammatica, quando l'uccello muore ferito dalle spine, talora ad esito felice, perché dopo un triste inverno di separazione in cui egli la crede morta, la rosa torna a fiorire.

"I giardini arrossiscono per lo splendore delle rose" canta Firdousi nel XI sec. "le colline sono coperte di tulipani e giacinti; nei boschetti piange e si lamenta l'usignolo; la rosa risponde sospirando al suo canto."



Nello stesso periodo infatti si fissa la tradizione delle "Mille e una notte", che tanto spazio doveva dare alle vicende d'amore: sul nucleo centrale di favole mistiche d'origine indo-persiana, in cui l'amore tra i protagonisti nasconde l'esigenza dell'anima di fondersi in Dio, s'inseriscono le più realistiche e concrete novelle di Baghdad ed i fantasiosi e rocamboleschi racconti egizi. La dottrina dei Sufi approva quest'atteggiamento intimistico e un po' crepuscolare ed i sovrani Abbassidi si staccano sempre di più dalla vita pubblica per coltivare, nell'harem di casa, musica e letteratura, amori e filosofia... ma soprattutto rose.



I sovrani ottomani Osmanlis coltivano con le proprie mani i roseti e l'abitudine di lastricare le strade di petali di rosa è proibita, perché considerata blasfema, dato che il fiore dev'essere trattato con dolcezza. Si sente l'eco della mistica indiana, dove pure la rosa s'è diffusa, ma non è riuscita ad occupare il posto del loto.

Questo cambiamento della vita privata non riguarda solo i regnanti ed i loro harem, come comunemente si crede, perché il nuovo stile comporta la creazione e la trasformazione di tutte quelle branche artigianali cui il nuovo lusso attinge. Anche quella dei giardinieri si sbizzarrisce per restare attiva sul mercato e se a palazzo il sovrano coltiva personalmente i suoi fiori, ripetendo gesti antichi, nelle città si lanciano le fondamenta di quella che sarà la coltivazione moderna: potatura drastica col fuoco, rosai ad alberello (ottenuti facendo crescere le piantine in un tubo!), introduzione di nuove specie provenienti dall'Armenia e dall'India, uso spregiudicato di rosai rampicanti per creare nuovi padiglioni... s'arriva al punto di mettere coloranti nelle radici per ottenere rose gialle (con lo zafferano) ed azzurre (polvere d'indaco finemente tritata)!

Non per nulla i protagonisti della novellistica sono spesso tratti da quel mondo artigiano e mercantile in continua ebollizione, se non ascesa, agli albori dell'anno mille e la rosa rappresenta un buon investimento per molti.



Oltre alla sua coltivazione diretta ed all'invenzione di nuove specie, gli arabi compiono passi da giganti nella farmacopea: inventano lo sciroppo, lo zucchero aromatizzato, portano a perfezionamento il processo di distillazione dell'essenza e procedono alla fabbricazione dell'acqua di rose, che è più facile da conservare ed ha un uso più esteso dei vini e degli unguenti d'un tempo. Si applicano cataplasmi di petali di rosa sulle punture d'insetti, sulle escoriazioni e per riattivare la circolazione esterna, mentre si usa l'acqua di rose per sciacquare le gengive infiammate.

Il medico arabo Eissa ibn Massa riconosce ai petali di rosa rossa una virtù al tempo stesso fortificante e rinfrescante che si rivela miracolosa nelle affezioni cerebrali. Ishac ibn Amram la consiglia per rafforzare lo stomaco ed il fegato, soprattutto nelle congestioni causate dall'eccessivo calore. Razès la usa come febbrifugo; lo stesso pensa Avicenna, che la considera anche efficace contro la nausea, le infiammazioni degli occhi e della matrice e le otiti.

Qualcuno cura con successo le sincopi, mentre Ibn el Beithar usa petali di rosa disseccati sulle cicatrici prodotte dal vaiolo.



Con le crociate Oriente ed Occidente tornano ad incontrarsi ed i giardini italiani e provenzali sono i primi ad arricchirsi dei nuovi rosai d'Oriente. Non è soltanto la varietà delle speci coltivate a parlare di un mondo nuovo: ma la concezione stessa degli spazi: non più il chiuso di un cortile, ma un luogo ameno, che spesso confina col bosco o col fiume, come ben descrivono i poemi cavallereschi.

Nell'alto medioevo c'era stato un massiccio rimboschimento e spesso anche impaludamento delle terre un tempo bonificate dai romani, come per esempio la pianura padana e quella del Reno, perciò forse non s'era nello stato d'animo migliore per apprezzare la natura selvaggia, ora invece i crociati, ritornando a casa, vogliono praticare la caccia col falcone e riacquistano il gusto degli spazi selvaggi.

Che differenza col chiostro medioevale, coltivato solo per offrire i fiori sull'altare o per esigenze farmaceutiche!

Anche le varie rose di macchia e canine vivono un momento di riscoperta e se gli erboristi continuano a preferir loro la rosa coltivata, le leggende fan giustizia: nasce la splendida favola della "Bell'addormentata nel bosco", custodita nel suo sonno verginale da una tenace barriera di rose selvatiche in grado di conservarla intatta per cento anni, fino all'incontro fecondante col vero amore. La fanciulla si chiama Rosaspina secondo alcuni, Aurora per altri, che riallacciano un legame antico tra Venere e l'Aurora, divinità minore che già Omero dipingeva con "dita di rosa". Non è altro che Venere dormiente, infatti, la splendida fanciulla che dorme al riparo delle rose, anche se ora non si venera più come divinità, ma si nasconde nei veli d'una fata madrina.

Il culto un tempo tributato a Venere ora è giustamente riservato alla Madonna. Già San Francesco aveva una devozione particolarissima per Santa Maria degli Angeli, San Domenico di Guzman sogna che le preghiere dei mortali salgono alla Madonna in forma di rose e ne discendono piene di grazie. È la nascita del Rosario: una delle preghiere più popolari, se non la più popolare in assoluto, adatta alla recita singola e collettiva, che si trasforma fin dapprincipio in un potente mezzo d'intercessione.

Dire che San Domenico abbia inventato il rosario non è proprio esatto: l'idea di farsi un cordone con centocinquanta nodi per contare i "pater nostri" recitati risale agli eremiti che pregavano nel deserto, agli albori della storia del cristianesimo. Perché centocinquanta? Questo è il numero dei salmi di Davide: in principio infatti ogni buon cristiano li recitava a memoria nei tempi riservati alla preghiera personale, ai fedeli di formazione ebraica era del tutto naturale aver dimestichezza con la Parola Scritta e saperne a memoria i testi base, come appunto il Salterio ed il Deuteronomio. Ma Gesù aveva espressamente invitato ad estendere la predicazione della "buona novella" ai gentili, senza guardare alla loro condizione sociale e quindi gli Apostoli si ritrovarono nella propria chiesa fin dapprincipio anime semplici, che per loro stessa ammissione non sapevano "ne' leggere ne' nuotare" (a quei tempi si diceva così, perché scrivere era una professione a parte e non era strano che anche persone di cultura, perfettamente in grado di leggere, non sapessero di fatto tenere in mano uno stilo e delegassero il compito ai propri schiavi; nuotare invece, in una civiltà che nasce e cresce sul Mediterraneo, era considerato un requisito fondamentale) per questo tra l'altro fecero una grossa e coraggiosa eccezione al secondo comandamento ammettendo l'uso della pittura all'interno delle prime chiese. Finché la gente viveva in comunità l'analfabetismo non era un grave problema, perché si pregava insieme, ma per gli eremiti poteva diventare un handicap molto serio, anche perché l'astinenza e l'eccessiva solitudine poteva favorire l'insorgere di gravi tentazioni e di turbe psichiche, ostacolando la crescita spirituale anziché agevolarla.

Così nacque l'abitudine di recitare i paternostri e l'uso della corona piacque ai fratelli d'Oriente, che se ne fabbricarono più tardi in legno per cantare i nomi di Hallà (99 perché il centesimo era noto a Gesù soltanto)

Naturalmente non mancano testimonianze opposte, che vedono una corona d'origine indiana penetrata in Occidente attraverso l'Islam... in realtà potrebbero essere vere entrambe, poiché in fondo l'idea di contar le preghiere con una corona non è poi tanto esclusiva da meritare un brevetto.

San Domenico però arricchì questa devozione, in modo da renderla più adatta alle anime semplici: i grani furono divisi in decine ed ognuno fu dedicato alla meditazione di un episodio della vita di Cristo, condensata in quindici misteri. Dopo ciascun mistero si recita un pater, dieci ave Marie e un Gloria.

Il termine di Rosario si lega appunto alla visione delle rose, ormai da tempo legate al culto della Vergine, basta citare, fra i tanti, San Bernardo:

"Maria è stata una rosa, bianca per la sua verginità, vermiglia per la carità" dice, infatti, in uno dei suoi sermoni (vol. III p. 1020)

Il paragone s'estende: se le spine sono il simbolo del peccato, la rosa è appunto il simbolo della redenzione:

"Roza ses espina

Sobre totes flors olens"

canta il poeta provenzale Pierre de Corbiac (rosa senza spine, la più odorosa dei fiori) e s'arriva alla poetica leggenda del XVI sec. secondo la quale la Madonna, salendo al Cielo, avrebbe lasciato un sepolcro fiorito di gigli e di rose. Miracolo illustrato mirabilmente da Raffaello.

Con tutto il rispetto per Gesù Cristo bisogna dire che il culto mariano si mostra subito molto più propositivo. Effettivamente se le rose vermiglie sono il frutto della passione, più che contemplarle contriti non possiamo fare, mentre la Madonna ha un ruolo diverso, che riecheggia appunto il potere delle antiche dee madri ed è parte attiva nella crescita delle rose, vale a dire nell'accadimento del miracolo stesso.

Nel tardo Medioevo si moltiplicano i miracoli della Vergine, spesso collegati appunto alla comparsa del fiore. Effettivamente la corona del rosario ricorda e sublima un poco l'antica usanza d'intrecciar corone per gli dei e sugli alberi sacri del Nord Europa, le fanciulle appenderanno insieme ghirlande di fiori e rosari, credendo di far cosa gradita alla Vergine... ingenuità che costerà cara a Giovanna d'Arco!

Ed è significativo il fatto che accanto alla nota leggenda delle rose rosse tinte col sangue della passione, maturi quella che vede la rosa bianca "lavata" dalle lacrime della Madonna o, secondo altri, della Maddalena.

Il medioevo ama molto la rosa bianca, sacra ad Arpocrate, dio del silenzio, secondo una credenza attribuita ai Romani, ma "accreditata" dalla Germania nel 1400, che scolpisce addirittura una rosa sulla porta del confessionale per garantire il segreto su ciò che verrà detto.


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MessaggioTitolo: Re: LA ROSA: dal culto di Afrodite a quello di Maria   Dom Set 07, 2008 7:49 pm

Dopo una certa diffidenza nei confronti di una preghiera mnemonica e comunitaria, il rosario vede oggi un momento di rilancio. Nell'ottobre del 2002 Giovanni Paolo II ha proclamato uno straordinario "Anno del Rosario" aggiungendo ai tradizionali quindici misteri altri cinque, detti "della luce" ispirati alla vita pubblica del Cristo, dal battesimo nel Giordano all'Eucarestia.



Ma torniamo al fiore, che col rinascimento entra trionfalmente nell'arte, basta pensare alla deliziosa raffigurazione della Nascita di Venere del Botticelli, va notato l'uso della nuovissima rosa rosa, che vive ora una stagione piena: non più sorella sbiadita della più appariscente rosa rossa, ma simbolo di giovinezza e di castità.

Da noi, infatti, anche ora che i giardini si sono aperti alle influenze orientali, la rosa non amoreggia mai con l'usignolo. Il suo compagno è ormai il giglio, qualche favola unisce addirittura i due fiori in legittime nozze!

Più spesso la rosa continua a mantenersi casta, anzi diviene essa stessa un simbolo di castità, tanto che in Germania era proibito l'uso di corone di rose alle fanciulle che avessero perso la virtù, mentre le donne regolarmente maritate potevano portare corone, ma sopra al cappello.

Se i letti di rose non esistono più, l'uso dei petali e quello delle corone si diffondono fino a superare forse addirittura gli usi romani. Se non più esteso, il nuovo costume è certamente più documentato, perché giardinieri e fabbricanti di corone si riuniscono in corporazioni, come tutti gli artigiani medioevali e devono pertanto mettere per iscritto norme e regolamenti. I sistemi di coltivazione non differiscono di molto da quelli già tramandati da Plinio, compresa la cultura forzata che ora è applicata largamente per soddisfare le esigenze di mercato. Anche da noi va scomparendo l'uso di lastricare di fiori o di petali la strada e si moltiplicano invece le norme per conservare fresche ed intatte le corone il più a lungo possibile. I fiori vanno colti prima delle luci dell'alba: da mezzanotte circa all'aurora, quando sono ancora bagnati di rugiada, vanno conservati in un luogo fresco ed intrecciati quando sono asciutti, ma ancora teneri, in modo che i gambi, seccandosi, si saldino maggiormente. Se ormai fabbricar corone è considerato un vero e proprio mestiere, costruirle da se' continua ad essere il vanto di una buona padrona di casa, ne' più ne' meno che il ricamo o il merletto.



Tra l'altro con la fine del trecento entra di prepotenza nelle case l'uso di fiori recisi conservati in vaso con acqua, che fanno penetrare nel chiuso delle stanze l'aria della primavera. L'arte documenterà con dovizia di particolari questo nuovo gusto, creando addirittura una branca a parte: la pittura di nature morte.

In realtà la natura non è mai stata così viva.

Se i giardini rinascimentali sono grandi costruzioni architettoniche, con poca attenzione per i singoli fiori, il giardino barocco riscopre le gioie della natura selvaggia o creduta tale ed ecco moltiplicarsi i boschetti di rose magari vicini all'acqua, i pergolati di rosai rampicanti, sotto i quali le signore si siedono a ricamare, le roselline minuscole con cui guarnire terrazze e balconi. Infatti, si moltiplicano i vasi in terrazza e sulle finestre: usanza che il medioevo riservava alle piante utili in cucina, primo fra tutte il basilico, e che ora invece è esteso alle piante ornamentali.



L'amore per il verde, infatti, ha conquistato tutte le classi: i borghesi arricchiscono la casa con giardini veri e propri, invece dei cortili d'un tempo ed anche in campagna la coltivazione dei fiori guadagna un proprio spazio nell'orto.

Da un certo gusto allegorico della cultura orientale, esaltato dalla nuova sensibilità barocca, nasce nel XVII sec. il "linguaggio dei fiori" che viene messo per la prima volta per iscritto da Lorenzo Magalotti e vede un prodigioso moltiplicarsi di alfabetieri, dizionari ed addirittura grammatiche base per lanciare non semplici messaggi, ma vere e proprie lettere cifrate affidate ai mazzolini che le signore appuntano, a secondo della moda, al seno o alla cintura. Da un "Ditelo con i fiori" pubblicato anonimo da Sonzogno nel 1830, probabilmente di Compagnoni, apprendiamo che un bel mazzo di garofani rossi, con reseda e vaniglia, sta a significare: "T'amo d'amor vivo e puro"!

La rosa, come regina dei fiori appunto, meriterà una gamma intera di significati diversi, a seconda del colore e della foggia: rossa, naturalmente, simbolo d'amore, ma se l'amata è una fanciulla, meglio puntare sul rosa tenero, gialla è una scenata di gelosia, bianca allude a qualche complicità segreta, unita ad altri fiori da luogo appunto a messaggi complessi: col mirto è una vera e propria richiesta di matrimonio!



Sempre dall'Oriente (era il casto svago delle donne dell'harem nei primi giorni della buona stagione!) viene anche la novità della merenda sul prato, delle feste campestri dove regine ed imperatrici intervengono mascherate da tenere pastorelle, con ricette a base di fiori d'arancio e d'acqua di rose.

Le esagerazioni del "grand siècle" verranno naturalmente criticate dagli illuministi e con la moda romantica pare che la coltivazione dei fiori tramonti, per cedere il posto alla contemplazione della natura selvaggia o alla sua accurata ricostruzione, in cui son maestri i giardinieri della costa amalfitana.

In realtà la rosa è anche una pianta autoctona, quindi questo gran ritorno alla natura la tocca poco, solo si assiste ad una leggera flessione nella richiesta di speci pregiate in favore delle rose selvatiche. Va osservato però che se già nell'antica Roma c'era qualche difficoltà a distinguere fra selvatica e coltivata ora è proprio impossibile, tanto che i primi eruditi che studiano la rosa come Karl Koch ed Heinrich Dierbach, fanno fatica a tornare alle origini e scambiano la "rosa di Damasco" per la rosa rossa originaria, quando è ormai noto invece che questa specie, così com'è risulta dalle coltivazioni del XVI secolo!



Per fortuna accanto ad i nobili eccentrici alla ricerca di strani paradisi perduti sono sempre di più gli amatori d'ogni classe sociale che s'accontentano semplicemente di coltivare le rose del proprio giardino, magari, come avviene in tante ville italiane, per conservare le memorie di un nonno o di un prozio, senza tanti scrupoli culturali.

Questo sforzo silente è premiato, in epoca vittoriana, vale a dire tra il 1820 ed il 1850, dal rilancio della casa di campagna col suo bel giardino rustico: moda che, sia pure con alterne vicende, è destinata a non tramontare.

Man mano, infatti, che la villeggiatura diventa un appannaggio comune e che i giardini si coltivano in famiglia, cade la corsa alle speci strane ed agli spazi artificiali, per tornare il gusto delle belle rose carnose che s'arrampicano allegramente sulla rete del terrazzo, senza chiedere nessuna cura complicata.

Così se l'elegante trascuratezza vittoriana, coi tetti di paglia vestiti di rose rampicanti e le fanciulle chine a raccogliere boccioli di rose sono immagini riservate agli acquerelli del tempo, un certo ritorno alla rosa nostrana è auspicabile anche oggi e se mandar messaggi floreali è certamente antieconomico, l'idea d'una buon'insalata di rose coltivate in terrazzo, al riparo dall'inflazione e dai pesticidi usati nelle culture tradizionali, è certamente al passo coi tempi. A proposito: per conservare sane le rose senza ricorrere a pesticidi coltivarle insieme ad aglio, erba cipollina e nasturzio ed assicurarsi che non ci siano ristagni idrici (un buon drenaggio in giardino e niente acqua nel sottovaso).


ARTICOLO DI: Mary Falco

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